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Il futuro dei trapianti: addio agli immunosoppressori

Data di pubblicazione: 18/08/2019

Liberarsi dei farmaci antirigetto? Il desiderio di tutti i pazienti che hanno subito un trapianto potrebbe presto avverarsi. Almeno così promette uno studio dell’Università del Minnesota pubblicato su Nature Communications. I ricercatori sono riusciti a garantire la sopravvivenza e la funzionalità delle isole pancreatiche trapiantate nonostante la totale eliminazione dei farmaci antirigetto.

Lo studio, condotto su primati, lascia intravedere la possibilità di migliorare la qualità di vita dei pazienti sottoposti a un trapianto costretti ad assumere a lungo termine immunosoppressori, con tutti gli effetti avversi che ne conseguono.

I farmaci che prevengono le reazioni di rigetto sono sicuramente vitali nei momenti successivi al trapianto, ma a lungo andare indeboliscono il sistema immunitario aumentando il rischio di infezioni e anche di cancro. Inoltre, con la terapia antirigetto possono anche insorgere effetti collaterali che non hanno a che fare con il sistema immunitario, come diarrea, ipertensione, intossicazione renale e diabete che indubbiamente compromettono la buona riuscita del trapianto.

Da tempo gli immunologi sono alla ricerca di una soluzione alternativa ai farmaci antirigetto capace di permettere al nuovo organo di venire accolto “senza  proteste” dall’organismo ricevente.

Il primo a dimostrare che la tolleranza immunitaria può essere raggiunta era stato Peter Medawar vincitore del premio Nobel più di 65 anni fa. Tuttavia, da allora la tolleranza ai trapianti è stata raggiunta solo in pochissimi casi.

La nuova strategia per garantire piena accoglienza al nuovo organo consiste nel trapiantare nel ricevente i globuli bianchi modificati del donatore una settimana prima dell’intervento e successivamente un giorno dopo il trapianto. In modo tale da ricordare al ricevente la “formula” dell’accoglienza perfetta. L’esperimento condotto sulle scimmie ha funzionato: senza ricorrere a farmaci immunosoppressori le isole pancreatiche sono sopravvissute e si sono mantenute in funzione a lungo.

Se i risultati dovessero essere confermati sugli umani il trapianto di isole pancreatiche potrebbe diventare la prima opzione di cura per pazienti con diabete di tipo 1.

«Abbiamo indotto per la prima volta in modo affidabile e sicuro una tolleranza immunitaria duratura dei trapianti nei primati non umani. Risultati così promettenti ci rendono molto fiduciosi sulla possibilità che questi possano essere confermati in studi clinici in trapianti di isole pancreatiche e di reni a beneficio dei pazienti. Potrebbe aprirsi un'era completamente nuova nella medicina dei trapianti», scrivono i ricercatori.

Tratto da: Healthdesk, 18 agosto 2019


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