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Il microbiota intestinale nell’azione metabolica della metformina

Si ritiene che l'effetto anti-iperglicemico della metformina sia causato dalla sua azione diretta sui processi di segnalazione negli epatociti, con riduzione della gluconeogenesi epatica. Recentemente, tuttavia, è stato riportato che la metformina è in grado di alterare il microbiota intestinale nell'uomo. Ciò ha portato ad ipotizzare che l'azione del farmaco sul metabolismo glucidico potrebbe essere il risultato della modulazione della biodiversità intestinale. Uno studio recentemente pubblicato su Nature Medicine ha descritto un possibile meccanismo attraverso cui l’effetto farmacologico della metformina potrebbe coinvolgere, al contempo, metaboliti batterici e target molecolari dell’ospite. Lo studio è stato condotto su campioni biologici provenienti da pazienti con diabete di tipo 2 di nuova diagnosi, trattati per 3 giorni con metformina in assenza di precedente impiego del farmaco. I risultati delle analisi metagenomica e metabolomica al termine del trattamento hanno mostrato una riduzione dei livelli di Bacteroides Fragilis ed un aumento dell’acido glicourodesossicolico nelle feci di questi individui, unitamente all’inibizione della segnalazione del recettore degli acidi biliari FXR. In aggiunta, uno studio parallelo in vivo ha dimostrato che topi alimentati con una dieta ad alto contenuto di grassi e colonizzati con Bacteroides Fragilis erano predisposti a sviluppare una grave intolleranza glucidica e non si giovavano del trattamento con metformina. L’acido glicourodesossicolico è stato poi identificato come una molecola in grado di migliorare il profilo metabolico dei topi obesi tramite interazione con lo stesso recettore FXR. Questo studio dimostra il coinvolgimento del metabolismo batterico intestinale, nella fattispecie mediato dall’acido glicourodesossicolico e dalla sua interazione con il recettore intestinale FXR, nell’azione metabolica della metformina.

Fonte: Sun L et al, Nature Medicine volume 24, pages 1919–1929 (2018)

https://doi.org/10.1038/s41591-018-0222-4 .

Tratto da: Cardiolink, 04 febbraio 2019