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Tumore del pancreas: ci prova una giovane italiana

Data di pubblicazione: 08/06/2018

Marina Baretti ha ricevuto un finanziamento dalla società americana di oncologia per condurre uno studio che combina l’immunoterapia con l’epigenetica per questo cancro ancora largamente immedicato e di quello delle vie biliari.

· LO STUDIO

 Il grant coprirà la sua permanenza e le consentirà quindi di portare avanti lo studio che ha disegnato insieme ai colleghi americani. L’obiettivo è quello di capire se l’immunoterapia, che da sola non funziona nel tumore del pancreas e delle vie biliari, insieme a un farmaco epigenetico, che agisce cioè sulle proteine espresse dalle cellule cancerose, possano essere efficaci. La combinazione è formata da nivolumab, uno dei farmaci più usati in immunoterapia del cancro, ed endinostat, una molecola che agisce sull’ambiente circostante il tumore e lo rende più responsivo all’azione del sistema immunitario. Lo studio coinvolgerà in tutto 27 pazienti per ognuno dei due tumori, che hanno già ricevuto una o più linee di trattamento. “Per il tumore delle vie biliari esiste solo un tipo di terapia, fallita la quale non ci sono altre alternative”, spiega Baretti. “Per il pancreas ce ne sono due di linee di intervento, ma in entrambi i casi l’efficacia è piuttosto limitata. È quindi importante cercare nuove strade per questi due tipi di tumori”.

· PANCREAS, POCHI RISULTATI

Che sul tumore del pancreas sia urgente trovare strade alternative lo dimostrano anche altri studi presentati al congresso Asco di Chicago. Purtroppo, infatti, oltre in circa il 70% dei pazienti la malattia torna anche dopo la chirurgia e 6 mesi di chemioterapia. Ora lo studio Prodige dimostra che usando un altro schema di chemioterapia, più aggressivo, si prolunga la vita dei pazienti. Si paga però un prezzo piuttosto importante in termini di effetti collaterali e quindi di qualità di vita. Un altro studio – Preopanc – dimostra invece che sottoporre i pazienti a radiochemioterapia prima dell’intervento chirurgico (che comunque è possibile solo nel 15-20% dei casi) potrebbe aumentare l’efficacia della terapia. Si tratta di dati preliminari che dovranno essere confermati una volta che lo studio sarà concluso.

Tratto da: La Repubblica, Letizia Gabaglio, 08 giugno 2018


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