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Il trapianto di cuore č sicuro anche se il donatore aveva l’epatite C

Il trapianto di cuore è sicuro anche se il donatore aveva l’epatite C. Lo sostengono gli autori di uno studio appena pubblicato sul Journal of the American Heart Association che invitano i centri trapianto a non rifiutare gli organi appartenuti a persone affette dall’infezione virale.

Il tasso di sopravvivenza dei pazienti con grave scompenso cardiaco sottoposti a trapianto non cambia se il donatore aveva o no l’epatite C.

«Includere le persone positive all’epatite C tra i donatori può rappresentare una strategia per contrastare la carenza di organi per i trapianti di cuore», hanno dichiarato i ricercatori.

Lo studio è stato condotto su circa 8mila pazienti adulti che hanno subito un trapianto di cuore in 128 centri ospedalieri tra il 1° gennaio del 2016 e il 31 dicembre del 2018.

I ricercatori hanno utilizzato diversi parametri per valutare la riuscita dell’intervento, tra cui la sopravvivenza a un anno dal trapianto, il rigetto dell’organo, la necessità di dialisi e i casi di ictus. L’esito dei trapianti da donatore con epatite C (circa il 4% del totale) è stato messo a confronto con quello dei trapianti da donatori senza epatite C. Ebbene, non sono emerse differenze tali da giustificare l’esclusione dei donatori positivi all’HCV.

Quasi tutti i pazienti partecipanti all’indagine sono sopravvissuti un anno dopo il trapianto indipendentemente dal fatto se il donatore fosse stato affetto o meno dall’infezione virale.

Più specificatamente: è sopravvissuto il 90 per cento dei pazienti che avevano subito un trapianto di cuore con donatore positivo all’epatite in confronto al 91 per cento dei pazienti con donatore sano. Non sono state osservate grandi differenze neanche per gli altri parametri presi in considerazione: la presenza di un donatore con epatite C non incide sui casi di rigetto trattati con farmaci, sugli episodi di ictus, e sul ricorso alla dialisi per eliminare le sostanze tossiche dal sangue. Tutti i dati suggeriscono quindi che i due gruppi di pazienti hanno un decorso post-operatorio simile.

«Siamo incoraggiati da questi risultati e crediamo che questo dato  rappresenti una svolta per la possibilità di soddisfare meglio le domande di trapianto di cuore aumentando l'offerta di donatori. La nostra speranza è che sempre più centri includano donatori con epatite C per il trapianto di cuore», ha affermato, Arman Kilic, professore di chirurgia cardiotoracica, dell’University of Pittsburgh Medical Center in Pennsylvania, autore principale dello studio.

La possibilità di utilizzare organi provenienti da donatori con epatite C è emersa recentemente grazie all’ingresso sul mercato dei farmaci antivirali ad azione diretta capaci di far guarire dall'infezione la quasi totalità dei pazienti con un trattamento di soli due mesi.

«Sono necessarie ulteriori ricerche per valutare i risultati a lungo termine, tuttavia, un maggiore uso di organi provenienti da donatori con epatite C potrebbe aiutare a superare la carenza nazionale di donatori», hanno dichiarato in conclusione gli autori dello studio.

Tratto da: Healthdesk, 15 gennaio 2020