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Malattia renale cronica: un test urinario ne predice il peggioramento

In uno studio pubblicato su Science Translational Medicine, un gruppo internazionale di ricerca ha identificato un nuovo modo non invasivo per identificare i soggetti a rischio di malattia renale cronica evolutiva. In collaborazione con l'European Renal cDNA Bank, il Joint Institute for Translational and Clinical Research e la Peking University Health Sciences Center, i ricercatori dell'Università del Michigan, coordinati dal nefrologo Matthias Kretzler, dal biologo Wenjun Ju e dal bioinformatico Viji Nair, hanno messo a punto un semplice test sulle urine che dosa una proteina nota come Egf (Epidermal Growth Factor). «In altre parole, un calo dell'Egf urinario è un segno precoce di riduzione della funzione renale e individua i soggetti con elevate probabilità di sviluppare una malattia renale cronica evolutiva. «Non in tutti i pazienti la malattia renale cronica progredisce allo stadio terminale, ma le persone in cui succede non solo richiedono la dialisi o il trapianto, ma sono a rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari» spiega Kretzler, sottolineando che finora l'identificazione dei pazienti con maggiori probabilità di sviluppare malattia renale cronica terminale era una necessità clinica soddisfatta solo dalla biopsia renale, costosa e con limitate capacità predittive. Per mettere a punto il nuovo test il team internazionale di ricerca ha analizzato biopsie renali prelevate da individui con malattia renale cronica in Europa e Stati Uniti, confrontando i risultati con i campioni urinari di quasi mille pazienti cinesi, nordamericani ed europei. E le conclusioni parlano chiaro: una progressiva riduzione dei livelli di EGF nelle urine aumenta di quattro volte le probabilità di peggioramento della malattia renale cronica rispetto a quando i livelli restano invariati. Una volta diagnosticata, la malattia renale cronica può essere trattata con farmaci e diete che ne riducono ma non ne impediscono il peggioramento, e individuare tempestivamente i pazienti più a rischio di progressione può aumentare l'efficacia delle cure preservando più a lungo la funzione renale e garantendo una vita di maggiore qualità» conclude Kretzler.

Sci Transl Med. 2015. doi: 10.1126/scitranslmed.aac7071

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26631632

Tratto da: Doctor33, 15 dicembre 2015