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L’insufficienza renale aumenta il rischio di diabete

Che tra reni e diabete ci fosse una stretta relazione era noto da tempo. Ma quel che si sapeva fino ad oggi era che il diabete rappresentasse un importante fattore di rischio per la salute dei reni; adesso uno studio appena pubblicato da un gruppo di ricerca americano inverte i termini del problema, rivelando che l’insufficienza renale sembrerebbe essere una condizione favorente l’insorgenza del diabete. Un dato nuovo, scaturito da uno studio epidemiologico e da uno studio sperimentale su modello animale, che apre nuovi scenari nella prevenzione del diabete di tipo 2.

I reni sono un noto target degli strali del diabete e questa condizione metabolica, che riguarda oltre 4 milioni di italiani, rappresenta la principale causa di ricorso alla dialisi.

Ma adesso un nuovo studio epidemiologico siglato da ricercatori della Washington University School of Medicine, in collaborazione con il Veterans Affairs St. Louis Health Care System (St. Louis, Usa) rovescia i termini del problema, dimostrando che la relazione tra diabete e insufficienza renale non è a senso unico, nel senso che l’insufficienza renale può aumentare il rischio di diabete.

Il possibile colpevole è stato individuato dagli autori di questo studio, pubblicato su Kidney International, nell’azoto ureico un prodotto del catabolismo proteico che si accumula nel sangue quando la funzionalità renale comincia a declinare.

Un dato importante questo, perché è possibile intervenire sull’azotemia attraverso una dieta ipoproteica e alcuni farmaci; in questa maniera, alla luce dei risultati di questo studio, non solo si preserverebbe la funzione renale ma si metterebbe un freno anche al rischio di sviluppare un diabete di tipo 2.

“Sappiamo da tempo – afferma Ziyad Al-Aly, professore associato di medicina presso la Washington University – che il diabete è un fattore di rischio molto importante per l’insufficienza renale; il nostro studio rivela tuttavia che questa relazione è biunivoca: l’insufficienza renale infatti, attraverso l’iperazotemia, rappresenta a sua volta un fattore di rischio per la comparsa di diabete. Un aumento dei valori di azotemia può provocare insulino-resistenza e alterare la secrezione insulinica”.

A queste conclusioni, i ricercatori della Washington University sono giunti esaminando le banche dati dei Veterans Administration, ovvero 1,3 milioni di cartelle cliniche di soggetti adulti non diabetici, per un periodo di 5 anni, a partire dal 2003.

117.000 di loro (il 9%) presentavano elevati livelli di azotemia, segno di un’alterata funzionalità renale. Un tasso che è rimasto costante durante tutto il periodo di osservazione e che riflette l’epidemiologia della popolazione generale.

Lo studio appena pubblicato ha rilevato che i soggetti con iperazotemia presentavano un rischio aumentato di sviluppare diabete, quantificato in un +23%. Per ogni anno di osservazione, sono stati registrati infatti 2.989 nuovi casi di diabete tra i soggetti con normali valori di uremia, contro 3.677 nuovi casi in quelli con iperazotemia.  La differenza netta, in termini di nuovi casi di diabete tra i soggetti con azotemia elevata e normale è stata quantificata in un eccesso di 688 casi /100.000 persone ogni anno.

L’idea che ha ispirato questa ricognizione epidemiologica è venuta da uno studio canadese (University of Montreal Hospital Research Centre) su animali da esperimento (topi) pubblicato l’estate del 2016 su Journal of Clinical Investigation. In questo studio veniva indotta negli animali insufficienza renale e a seguito di questo, i topi presentavano comparsa di insulino-resistenza e alterata secrezione insulinica. Secondo i ricercatori della Washington University, i risultati acquisiti con questo studio epidemiologico replicano alla perfezione quanto osservato nello studio sperimentale sugli animali.

Tratto da: Quotidiano Sanità, Maria Rita Montebelli, 11 dicembre 2017