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Obesità e diabete: e se la colpa fosse (anche) di un comune conservante alimentare?

Il propionato di calcio è un conservante ampiamente utilizzato negli alimenti, soprattutto nei prodotti da forno, per contrastare la crescita di batteri e muffe. Un efficace e sicuro antimicrobico, niente di più. Questo, almeno, si credeva fino a oggi. Ma un gruppo di ricercatori dell’Harvard T.H. Chan School of Public Health, in collaborazione con il Brigham and Women's Hospital e il Sheba Medical Center in Israele, ne ha messo in discussione la sicurezza scoprendo che la sostanza, usata anche come aromatizzante, interferisce con il corretto funzionamento del metabolismo. Il propionato aumenterebbe infatti il rischio di diabete e obesità facendo salire il livello di alcuni ormoni e scatenando una serie di reazioni metaboliche a catena che portano all’insulino-resistenza e all’iperinsulinemia. Altro che innocuo.

Lo studio pubblicato su Science Translational Medicine si aggiunge ai tanti altri che in precedenza avevano cercato di risalire ai fattori ambientali e alimentari responsabili del vertiginoso aumento nel mondo dei casi di diabete e sovrappeso negli ultimi cinquant’anni. 

«Comprendere in che modo gli ingredienti contenuti nel cibo influiscano sul metabolismo al livello molecolare e cellulare potrebbe aiutarci a individuare semplici ma efficace strategie per gestire la doppia epidemia di obesità e diabete», ha dichiarato James Stevens Simmons a capo dello studio.

I ricercatori hanno ristretto il campo delle indagini, concentrando l’attenzione su un ingrediente molto popolare nell’industria alimentare, il propionato, appartenente alla classe degli acidi grassi a catena corta. La ricerca si è svolta in due fasi, con esperimenti sugli animali seguiti da uno studio controllato con placebo sugli esseri umani. Dalla combinazione dei dati sono emersi chiaramente tutti i rischi del propionato.

Nella prima fase, gli scienziati hanno somministrato ai topi la sostanza sospettata di interferire con il metabolismo, osservando una successiva serie di effetti a catena. Il conservante provocava una immediata attivazione del sistema nervoso simpatico con il conseguente  aumento nella produzione di ormoni tra cui il glucagone, la norepinefrina (o noradrenalina) e un ormone glicogenico di recente scoperta chiamato Fabp4 (fatty acid-binding protein 4). L’eccessivo rilascio di ormoni spingeva le cellule del fegato ad aumentare la produzione di glucosio. E dall’iperglicemia al diabete il passo è breve.

Inoltre, i topi che erano stati esposti per un lungo periodo di tempo a una dose di propionato equivalente a quella generalmente consumata dagli esseri umani mostravano un considerevole aumento di peso e sviluppavano insulino-resistenza. Ma negli esseri umani accade lo stesso? Per scoprirlo gli scienziati hanno messo in piedi uno studio controllato in doppio cieco con placebo. I 14 partecipanti coinvolti sono stati divisi in due gruppi in modo casuale: un gruppo ha ricevuto un pasto contenente un grammo di propionato e l’altro gruppo un pasto contenente una sostanza placebo.

I partecipanti sono stati sottoposti ad analisi del sangue poco prima di mangiare, 15 minuti dopo avere mangiato e ogni mezz’ora successiva al pasto per quattro ore.

Ebbene, le persone che avevano consumato il pasto con il conservante mostravano un considerevole aumento dei livelli ormonali immediatamente dopo l’assunzione. Il che lascia pensare che il propionato rientri di diritto nella lista dei cosiddetti interferenti endocrini, le sostanze contenute negli alimenti o negli oggetti di uso quotidiano che sembrano capaci di mandare in tilt il metabolismo provocando squilibri ormonali dalle pericolose conseguenze.

Fino a oggi gli enti regolatori, compresi l’Fda e l’Ema, avevano considerato il propionato sicuro, ma questo studio potrebbe spingere a rivedere il giudizio e a cercare sostanze alternative per la conservazione degli alimenti.

«Il drammatico aumento dell'incidenza dell'obesità e del diabete negli ultimi cinquant’anni suggerisce che ci sia il contributo di fattori ambientali e alimentari. Tra questi meritano attenzione gli ingredienti dei cibi comuni. Siamo esposti a centinaia di queste sostanze ogni giorno, e la maggior parte non sono state analizzate nel dettaglio per valutare i loro potenziali effetti metabolici a lungo termine», ha detto Amir Tirosh, del Sheba Medical Center in Israele che ha partecipato allo studio.

Tratto da: Healthdesk, 26 aprile 2019