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Cuore a rischio se si eccede con i piatti pronti confezionati

C'è un forte legame tra il consumo dei cibi ultra-processati e il rischio di patologie cardiovascolari e di morte prematura per tutte le cause. Quello emerso da due studi sul Bmj è un esplicito invito a mettere in tavola cibi freschi.

Merendine e snack, bevande gassate, piatti pronti in tre minuti, zuppe e noodle che con un po’ di acqua bollente si trasformano magicamente in appetitose pietanze. Difficile considerare questa lista della spesa un toccasana. I cibi “processati” (dall’inglese processed), pieni di zucchero, grassi, sale e privi di vitamine e fibre, sono già stati associati a una serie di rischi per la salute: obesità, diabete, colesterolo alto, ipertensione e anche alcuni tipi di cancro. Insomma, gli indizi di pericolosità non mancavano, ma i risultati di due nuovi studi europei pubblicati sul British Medical Journal peggiorano ancora di più la reputazione degli alimenti confezionati, rimaneggiati ad hoc nei laboratori per guadagnare sapore e allontanare la data di scadenza.

Il primo studio condotto in Francia ha dimostrato una stretta correlazione tra il consumo di cibi ultra-processati e il rischio di malattie cardiovascolari. Il secondo studio ambientato in Spagna ha individuato un’evidente associazione tra alimenti confezionati e mortalità per tutte le cause. In nessuno dei due casi, dato il carattere osservazionale di entrambe ricerche, è possibile però affermare l’esistenza di una relazione di causa ed effetto. L’invito a consumare cibi freschi, comunque, sembra basato su argomenti piuttosto convincenti.

Lo studio francese

Nell’indagine francese sono stati coinvolti 105mila adulti dall’età media di 43 anni che hanno compilato una serie di questionari per valutare il consumo abituale di 3.300 diversi prodotti alimentari raggruppati in base al livello di lavorazione subito.

Nel gradino più basso ci sono i cibi non processati o minimamente processati che subiscono processi di lavorazione poco invasivi, come congelamento, essiccazione o pastorizzazione senza aggiunta di sale, olio, grassi e zuccheri. Di questa categoria fanno parte, per esempio, frutta, verdura, latte, yoghurt. Poi si passa agli alimenti lavorati con ingredienti naturali (sale, zucchero, olio) usati per allungare i tempi di conservazione del prodotto. Al terzo gruppo appartengono i prodotti processati, ricchi di additivi e lavorati con metodi più aggressivi come l’affumicatura o la fermentazione (cibi in scatola, frutta sciroppata ecc…). Infine, si arriva ai cibi “ultra-processati” al centro delle preoccupazioni degli scienziati: prodotti alimentari o bevande che di naturale hanno poco o niente, nati dalla sapiente combinazione di sostanze industriali sorprendentemente commestibili. Ecco qualche esempio: piatti pronti da scaldare al microonde, i soft-drink, le salsicce, i biscotti e le merendine, gli yoghurt alla frutta, le zuppe e i noodle pronti in pochi minuti.

I ricercatori hanno confrontato il consumo di alimenti ultra-processati con la salute dei partecipanti monitorata lungo l’arco di 10 anni.

Dai risultati è emerso che ad un aumento del 10 per cento del consumo degli alimenti in questione corrisponde un aumento del 12 per cento del rischio di malattie cardiovascolari in generale e,  più precisamente, del  13 per cento del rischio di malattie coronariche e dell’11 per cento di malattie cerebrovascolari.

Al contrario, un’alimentazione ricca di cibi freschi o poco lavorati allontana le probabilità di ammalarsi di cuore.

Lo studio spagnolo

Lo scopo del secondo studio, condotto dai ricercatori dell’Università di Navarra, era leggermente diverso. In questo caso gli scienziati erano in cerca di un legame tra il consumo di alimenti processati e la mortalità per tutte le cause. Il campione coinvolto nell’indagine era costituito da 19mila laureati dall’età media di 38 anni che avevano comunicato le loro preferenze alimentari scegliendo tra 136 prodotti.

Anche in questo caso gli alimenti erano stati classificati in base al livello di lavorazione industriale e la mortalità è stata valutata nell’arco di 10 anni. Chi consumava grandi quantità di cibi ultra-processati (più di 4 porzioni al giorno) aumentava del 62 per cento il rischio di morte prematura rispetto a chi si limitava a meno di due porzioni al giorno.

È stato calcolato anche il rapporto dose-risposta: ogni porzione in più al giorno di alimenti ultra-processati aumenta il rischio di mortalità del 18 per cento.

I risultati dei due studi sono stati commentati da un gruppo di ricercatori australiani in un editoriale pubblicato sullo stesso numero del Bmj, dove si rinnova l’invito a consumare cibi freschi e si esortano i ricercatori a proseguire le indagini per scoprire la ragione all’origine dell’associazione individuata. Perché la lavorazione industriale degli alimenti è tanto dannosa? Tra le ipotesi messe in campo ce ne è una che merita particolare attenzione: potrebbe darsi che i cibi ultra-processati provochino cambiamenti nel microbiota dell’intestino compromettendo l’equilibrio dell’intero organismo.

Tratto da: Healthdesk, 06 giugno 2019