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Ada 2019, ecco le principali novità presentate al Congresso

Le variazioni di peso assumono un rilievo molto accentuato nelle persone con diabete. È quanto emerge da una serie di lavori presentati a San Francisco, nel corso del 79° congresso dell'American diabetes association (Ada). Uno studio coreano, effettuato su 167.876 soggetti, per esempio ha dimostrato che i cambiamenti di peso corporeo dopo una diagnosi di diabete di tipo 2 (Dm2) sono associati a un maggior rischio di demenza e, in particolare, la perdita di peso in questi pazienti è associata a un maggior rischio di insorgenza di malattia di Alzheimer (Pd). In particolare, il rischio cresceva se l'aumento o la perdita di peso era maggiore del 10%. Per questo gli autori suggeriscono «un monitoraggio attento del peso corporeo in questi pazienti». Un altro concetto importante consiste nel fatto che perdere peso e non riguadagnarlo può portare a una remissione del Dm2. Questo perché le cellule pancreatiche produttrici di insulina non sono, nella fase iniziale della malattia, danneggiate irreversibilmente. Lo dimostra lo studio "Direct" su oltre 300 pazienti seguiti dal 2014 al 2017, che conferma la relazione tra peso e scomparsa della malattia già dimostrata da precedenti studi: oltre un terzo dei pazienti (36%) che ha partecipato alla ricerca effettuando un intenso programma di controllo del peso, infatti, ha avuto una remissione della malattia che si è mantenuta a distanza di 2 anni. I pazienti sono stati suddivisi in due gruppi: al gruppo di controllo erano somministrati farmaci previsti dalle linee guida per la migliore gestione della malattia, come antipertensivi e ipoglicemizzanti, mentre il secondo gruppo ha attuato un programma di gestione del peso che prevedeva la sospensione di tali medicinali, una dieta per 3-5 mesi un mantenimento della perdita di peso sul lungo periodo. «Lo studio dimostra che le persone con Dm2 possono avere una scelta e la malattia non rappresenta una sentenza a vita» afferma il co-autore del lavoro Roy Taylor, docente di Medicina e metabolismo alla Newcastle University (UK). «Mantenendo a livelli minimi la riacquisizione del peso corporeo perso, lo studio dimostra che la remissione del diabete di tipo 2 si è mantenuta a oggi per oltre due anni, con un graduale aumento della normale funzionalità delle beta-cellule pancreatiche». Quindi, ribadisce, «il Dm2 è una condizione reversibile e la remissione della malattia può essere ottenuta e mantenuta».

Quanto alla crescente epidemia in età pediatrica e adolescenziale, se è assodato che alimentazione irregolare, merende ipercaloriche a scuola e spuntini davanti alla tv rappresentano stili di vita scorretti tra gli under-18 che spianano la strada al Dm2, ma anche alterazione del ritmo del sonno e poca attività fisica giocano un ruolo di rilevo. «Bambini e adolescenti italiani in un caso su quattro hanno problemi di sovrappeso e per questo sono ad alto rischio di sviluppare precocemente Dm2. Dati Usa mostrano che, dall'inizio degli anni 2000 a oggi, la prevalenza del Dm2 in ragazzini fra 10 e 19 anni è cresciuta del 7% ogni anno» osserva Francesco Giorgino, docente di Endocrinologia all'Università di Bari "Aldo Moro" e presidente della Società italiana di endocrinologia (Sie). Ciò, prosegue, ha «conseguenze potenzialmente devastanti non solo perché convivere per decenni con la glicemia alta aumenta il pericolo di complicanze di eventi cardiovascolari (Cv), ma anche perché la malattia contratta in giovane età può essere particolarmente aggressiva e difficile da tenere sotto controllo». La situazione è critica e i dati sono allarmanti, «se si considera per esempio che nelle regioni del Sud il tasso dell'obesità infantile ('anticamera' del diabete), vede l'Italia ai primi posti in Europa» aggiunge Giorgino. «Secondo l'Italian obesity barometer, infatti, il 24% dei bambini e adolescenti italiani è sovrappeso, con punte di uno su tre proprio al Sud». Se il Dm2, dovuto a cattiva alimentazione e stili di vita, rappresenta una minaccia in crescita per gli under-18, ma una «lieve crescita si sta registrando anche nel Dm1 autoimmune. Anche per quest'ultimo sembra che un effetto predisponente derivi sempre dal grasso e dalle sostanze adipose, che interagiscono col sistema immunitario». Sotto accusa sono ancora una volta gli stili di vita: per questo, afferma Giorgino, «è fondamentale agire attraverso la prevenzione».

Ampio risalto è stato dato all'Ada alla presentazione dello studio "Rewind", condotto su 9 mila pazienti provenienti da 24 Paesi e pubblicato in contemporanea su "Lancet". In base ai risultati, dulaglutide, principio attivo di nuova generazione si è dimostrato in grado di ridurre in maniera significativa - ovvero del 12% - eventi Cv quali morte Cv, infarto e ictus nei pazienti con e senza malattia Cv accertata. Il farmaco di nuova generazione, già utilizzato anche in Italia nel trattamento generale del diabete, si è ora dimostrato in grado rispetto al placebo di ridurre in maniera significativa eventi Cv in pazienti diabetici di cui la maggior parte non presentava malattia Cv accertata. Va sottolineato che, ogni anno, in Italia si registrano 150mila infarti, ictus e scompensi cardiaci tra pazienti diabetici. Utilizzando questo farmaco, stimano gli esperti, si potrebbero evitare oltre 13mila eventi Cv l'anno in questa fascia di popolazione.

Un importante risultato, infine, è stato riportato nella prevenzione del Dm1. È stato possibile ritardare di due anni o anche di più la sua comparsa nelle persone con alto rischio di svilupparlo, somministrando loro un farmaco 'intelligente' (denominato teplizumab) attivo sul sistema immunitario. Il risultato è stato ottenuto per la prima volta in uno studio condotto dal team internazionale Type 1 Diabetes TrialNet, finanziato dai National institutes of health (Nih) statunitensi e pubblicato sul "New England Journal of Medicine'". Teplizumab, anticorpo monoclonale anti-Cd3, colpisce le cellule T impedendo loro di uccidere le cellule beta-pancreatiche. In uno studio precedente l'anticorpo si era dimostrato efficace nel rallentare la perdita di beta-cellule in pazienti che avevano sviluppato di recente Dm1 clinico. Finora però, sottolinea Kevan C. Herold della Yale University, autore principale del nuovo lavoro, «un farmaco non era mai stato testato in persone che non avevano ancora malattia clinica». I ricercatori hanno reclutato 76 partecipanti di età compresa tra 8 e 49 anni, parenti di persone con Dm1 e che presentavano almeno due tipi di autoanticorpi diabete--correlati e un'alterata tolleranza al glucosio. Gli arruolati sono stati assegnati in modo casuale a due gruppi: uno ha ricevuto un ciclo teplizumab per 14 giorni, l'altro un placebo. Tutti i partecipanti sono stati regolarmente monitorati con un test della tolleranza al glucosio. Durante lo studio, il 72% delle persone del braccio placebo ha sviluppato diabete clinico, contro il 43% del gruppo trattato. Fra le persone che si sono ammalate, il tempo mediano di comparsa della patologia è stato di poco superiore ai 24 mesi nel braccio controllo e di 48 mesi nel gruppo trattato. «La differenza nei due gruppi è stata sorprendente» commenta Lisa Spain, project scientist del National institute of diabetes and digestive and kidney diseases (Niddk) degli Nih, sponsor di TrialNet. «È la prima prova che il Dm1 può essere ritardato con un trattamento preventivo precoce e il risultato ha importanti implicazioni per le persone, in particolare giovani, che hanno parenti affetti dalla malattia. Soggetti ad alto rischio di svilupparla a loro volta, che potrebbero beneficiare di uno screening precoce e del trattamento». Al momento, però, gli esperti invitano alla prudenza. «I risultati sono incoraggianti» ribadisce Spain «ma occorre fare più ricerca per superare alcuni limiti di questo studio, nonché per comprendere appieno i meccanismi di azione del farmaco, la sua efficacia a lungo termine e la sicurezza del trattamento».

Tratto da: Diabetologia33, 26 giugno 2019