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Cronicità, Remuzzi su modello lombardo: no al gestore-ospedale. Si formino giovani Mmg

No al gestore-ospedale per i cronici, la Lombardia deve puntare sui medici di famiglia motivando la categoria, e formando i giovani del tirocinio. Lo afferma Giuseppe Remuzzi Direttore Dipartimento Medicina AO Giovanni XXIII Bergamo e ricercatore dell'Istituto Mario Negri. Che sul Corriere della Sera evidenzia lo spiazzamento dei pazienti destinatari del volantino della Regione che li invitava a rivolgersi a un gestore. L'80% chi ha considerato la presa in carico è finito con il proprio medico di famiglia gestore. Del resto, “è lui che li conosce, li vede quasi ogni settimana e ha, lui e nessun altro, il compito di tutelare la loro salute”, sottolinea Remuzzi da esperto di sistemi sanitari, dubbioso sull'efficacia di un meccanismo che per una stessa patologia può trovarsi a retribuire sia il medico di famiglia sia il gestore. A DoctorNews Remuzzi conferma: «La gestione dei cronici va intanto messa nero su bianco nella convenzione». La riforma della sanità lombarda, proprio nella sua scommessa più rivoluzionaria, la cronicità, sconta un ritorno alle dinamiche ospedaliere?

Per Remuzzi «bisogna esser grati all'ex governatore Roberto Maroni di aver elaborato una riforma che cercasse una continuità nella presa in carico del cronico tra ospedale e territorio, evitando ad esempio lo spreco degli stessi esami ripetuti due volte e l'abbandono dei malati una volta finito il ricovero. Il problema sta un po' nelle forme. Le delibere sono tecniche ma a scriverle si “sente” che sono stati dei politici». Poi c'è la perplessità dei medici di famiglia che, con l'indicazione dei gestori “terzi”, hanno avuto l'impressione di trovarsi di fronte al fatto compiuto. E si è andati a rilento. «I medici di famiglia devono anche valutare il lato positivo della presa in carico delle cronicità. I più giovani previa formazione dedicata possono da soli svolgere i compiti di un gestore e dedicarsi in prevalenza ai cronici», dice Remuzzi. «Circa 30 mila medici del territorio andranno via nei prossimi anni in Italia. Vanno rimpiazzati senza necessariamente pensare a forme alternative di organizzazione assistenziale. Chi li sostituirà va formato sul Piano Nazionale Cronicità, documento della conferenza stato-regioni ben scritto e agevole da mettere in atto. Questi medici devono peraltro trovare nelle strutture erogatrici di prestazioni, ospedaliere o territoriali, un puntuale riscontro alle istanze dei pazienti».

Per Remuzzi, «l'assistenza al paziente cronico va inserita in convenzione e l'organizzazione del servizio va declinata in relazione alla tipologia: diabetici, scompensati, oncologici hanno bisogno di modelli diversi, in parte incarnati da Presidi socio sanitari territoriali e ospedaliero-territoriali previsti dalla riforma. Fin qui ne abbiamo visti ben pochi, però». Malgrado gli sforzi di formare medici-gestori e motivare i “perplessi”, «potrebbe restare una quota di mmg che non ha voglia di seguire i pazienti cronici. Ma creare gestori per rilevare questo 30% sarebbe problematico, dovremmo snaturare il servizio dell'ospedale per seguire una minoranza. Occorre puntare ancora una volta sulla motivazione, incentivare questa presa in carico». Guai se per sostituire quei medici si facesse avanti l'ospedale pubblico. Ove si specializzassero strutture più grandi a seguire grandi quantità di pazienti per Remuzzi potrebbero andare in difficoltà. E vedendo crescere attese e disservizi i mmg gestori e i pazienti si demoralizzerebbero, una scommessa pregevole verrebbe messa in discussione. «L'ospedale deve fare l'ospedale, curare l'acuzie; non è organizzato per prendere in carico la cronicità. Manca personale, visti il blocco del turn over, i tetti agli investimenti, la direttiva Ue orari di lavoro che costringe il medico al riposo anche quando si rischia di nuocere al paziente. Per dirne una, alcuni pazienti complessi hanno bisogno di essere ri-operati il giorno dopo e può accadere che, per il rispetto della direttiva, a mettere le mani la seconda volta sia un chirurgo che non sa cosa ha fatto il collega il giorno prima». E se invece a seguire i cronici si organizzasse meglio il privato? «Sarebbe un altro problema, si sottrarrebbe l'erogazione di un livello di assistenza essenziale al Servizio sanitario pubblico e si renderebbe quest'ultimo più fragile nella sua offerta con il rischio di incoraggiare una deriva all'americana, dove la qualità delle cure è commisurata al reddito». Insomma, il medico del territorio-gestore è la sola scommessa vincente.

Tratto da: Doctornews, Mauro Miserendino, 05 giugno 2018