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Studio Credence, approfondimento sull'efficacia protettiva cardiorenale di canagliflozin

All'indomani del recente Congresso mondiale di nefrologia a Melbourne (Australia) sono stati presentati a Roma i dati dello studio di fase 3 Credence (Canagliflozin and renal events in diabetes with established nephropathy clinical evaluation). L'incontro scientifico, organizzato con il contributo non condizionato di Mundipharma, è stata l'unica tappa italiana dei rappresentanti di questo approfondimento internazionale sugli effetti a livello renale e cardiovascolare dei farmaci oggi a disposizione in persone con diabete mellito di tipo 2 (24 milioni solo in Europa). Il trial Credence - condotto su più di 4.400 adulti con Dm 2 ed associata malattia renale cronica diabetica, in 659 siti di 34 Paesi in Nord America, America Latina, Europa, Sud Africa e Asia-Pacifico - ha dimostrato che canagliflozin, Sgtlt2 inibitore, riduce il rischio di progressione alla fase terminale della malattia renale (dialisi) e di eventi cardiovascolari con un ottimo profilo di sicurezza. La nefropatia diabetica è la principale causa di progressione verso la malattia renale allo stadio terminale (Esrd), che rappresenta il 50% dei casi nel mondo sviluppato. È una complicanza temibile perché non soltanto può portare all'insufficienza renale terminale che richiede il ricorso alla dialisi o al trapianto renale, di cui il diabete è oggi la prima causa, ma anche perché moltiplica il già elevato rischio di malattia cardiovascolare e amplifica anche il rischio di altre complicanze del diabete. La scarsa efficacia delle strategie terapeutiche nel contrastare la progressione del danno renale ha reso necessari nuovi farmaci che assicurino una adeguata protezione renale. A questo proposito, lo studio Credence ha offerto nuove importanti opportunità.

«Dopo i deludenti risultati che hanno caratterizzato gli studi con potenziali nuovi farmaci nefroprotettivi condotti negli ultimi 15 anni, sono emersi dati molto promettenti con una classe di farmaci per il diabete, gli SGLT2 inibitori» dichiara Giuseppe Pugliese, docente di Endocrinologia all'Università La Sapienza di Roma. «Questi farmaci si sono dimostrati in grado di garantire una riduzione degli eventi sia cardiovascolari, in particolare la morte per cause cardiovascolari e l'ospedalizzazione per scompenso cardiaco, che renali, con riduzione sia dell'albuminuria che del declino della funzione renale. Lo studio Credence, appena pubblicato, è di particolare rilevanza in quanto è stato condotto su una popolazione con nefropatia diabetica e ha dimostrato l'efficacia del canagliflozin nel preservare la funzione renale e al tempo stesso assicurare una protezione cardiovascolare, senza significativi eventi avversi. C'è da notare che, nei pazienti con funzione renale ridotta, gli Sglt2 inibitori non sono attualmente indicati in quanto poco efficaci sulla glicemia. Tuttavia, la dimostrazione che questi farmaci sono comunque efficaci in termini di protezione cardiorenale e al tempo stesso sicuri in soggetti ad alto rischio come quelli con nefropatia diabetica può portare a una revisione delle indicazioni d'uso".

«Oggi con questo farmaco i pazienti diabetici possono prevenire una complicanza su cui finora non si era riusciti a intervenire» ha sottolineato Luca De Nicola, docente di Nefrologia presso l'Università della Campania L. Vanvitelli. «Le terapie finora disponibili riducono del 20% la progressione del danno renale verso la dialisi, ma lasciano ad alto rischio ben il 40-50% dei pazienti trattati. Questo nuovo farmaco garantisce una protezione decisamente più efficace ai pazienti con nefropatia diabetica. La somministrazione di 1 compressa da 100 mg al giorno, in aggiunta ai farmaci nefroprotettivi di uso comune, riduce più del 30% il rischio di progressione renale (dati studio Credence). Inoltre, questo farmaco è un cardioprotettivo con una riduzione di circa il 40% dell'incidenza di scompenso cardiaco, la complicanza cardiovascolare più importante nel paziente diabetico. La terapia è anche più facilmente tollerabile: ci sono minori effetti collaterali nel gruppo trattato con questo approccio terapeutico rispetto al gruppo sottoposto alla cura tradizionale».

Tratto da: Doctornews, 23 maggio 2019