L’impiego degli inibitori del cotrasportatore sodio‑glucosio di tipo 2 (SGLT2) si associa a una minore incidenza di demenza e a una riduzione degli esiti psichiatrici acuti negli adulti anziani con disturbi dell’umore o psicotici. È quanto emerge da una target trial emulation che suggerisce un legame sempre più solido tra metabolismo sistemico e vulnerabilità neuropsichiatrica.
Nell’analisi intention‑to‑treat, i pazienti con disturbo depressivo maggiore, disturbo bipolare o disturbi dello spettro schizofrenico che assumevano SGLT2 inibitori mostravano una probabilità inferiore di sviluppare demenza di qualsiasi causa (OR 0,61; IC 95% 0,52‑0,73) e un numero ridotto di accessi psichiatrici in pronto soccorso (OR 0,80; IC 95% 0,66‑0,97) rispetto ai pazienti con caratteristiche simili che non utilizzavano questi farmaci. Nell’analisi per‑protocol, l’uso degli SGLT2 inibitori risultava associato a una riduzione delle probabilità di demenza (OR 0,54; IC 95% 0,40‑0,73) e di ricoveri psichiatrici (OR 0,56; IC 95% 0,31‑1,00), mentre non emergeva una riduzione significativa degli accessi psichiatrici in emergenza (OR 0,74; IC 95% 0,53‑1,05). I risultati sono stati pubblicati su JAMA Network Open.
Secondo Jaime Ramos‑Cejudo, della New York University Grossman School of Medicine, queste evidenze si inseriscono in un filone crescente di ricerca che collega in modo sempre più stretto la salute metabolica e quella cerebrale. Gli SGLT2 inibitori, nati come terapia per il diabete, sembrano modulare vie biologiche coinvolte nella neurodegenerazione, tra cui il metabolismo energetico cerebrale, la funzione mitocondriale e i processi infiammatori. Studi precedenti avevano già esplorato l’associazione tra rischio di demenza e farmaci antidiabetici come gli agonisti del recettore GLP‑1 e gli stessi SGLT2 inibitori, ma mentre i GLP‑1 sono stati ampiamente indagati in ambito neurologico e psichiatrico, gli SGLT2 restano relativamente meno studiati.
Una popolazione ad alto rischio e spesso trascurata
L’elemento di maggiore novità dello studio riguarda la popolazione analizzata: persone con depressione maggiore, disturbo bipolare o schizofrenia, condizioni che comportano un rischio sostanzialmente aumentato di demenza ma che risultano spesso sottorappresentate nella ricerca sulla prevenzione. Il team ha utilizzato un framework di target trial emulation basato sui dati del sistema sanitario del Department of Veterans Affairs, dal 2016 al 2024, includendo individui di età pari o superiore a 65 anni con diagnosi psichiatrica maggiore. Sono stati esclusi i soggetti con diagnosi pregressa di demenza o disturbo di personalità e coloro che avevano già assunto SGLT2 inibitori.
In totale, 112.725 persone soddisfacevano i criteri per l’analisi sulla demenza di qualsiasi causa. L’età mediana era di 74,1 anni; il campione era composto per il 92,8% da uomini, il 49,3% presentava obesità e il 6,8% aveva ricevuto almeno un’esposizione agli SGLT2 inibitori. La maggior parte dei partecipanti (86,9%) aveva una diagnosi di disturbo depressivo maggiore. Durante un follow‑up mediano di 3,3 anni, il 4,1% ha sviluppato demenza.
L’inizio o la mancata assunzione degli SGLT2 inibitori sono stati valutati con un’analisi intention‑to‑treat, mentre l’uso continuativo o non continuativo per almeno tre mesi è stato analizzato con un approccio per‑protocol. Gli SGLT2 inibitori sono stati considerati come categoria unica, trattando il passaggio da un farmaco all’altro come continuità terapeutica. L’incidenza di demenza è stata definita tramite codici ICD, mentre le covariate includevano dati demografici, fattori di stile di vita, indice di massa corporea, livelli di HbA1c e storia clinica. I modelli sono stati aggiustati anche per diagnosi psichiatrica e storia farmacologica.
Chetogenesi, infiammazione e possibili implicazioni terapeutiche
Gli SGLT2 inibitori si distinguono dagli altri antidiabetici perché inducono chetogenesi. Le diete chetogeniche hanno mostrato, in alcuni trial preliminari, un miglioramento sintomatico nei disturbi psichiatrici, e lo studio suggerisce che questi farmaci potrebbero rappresentare una via farmacologica per ottenere benefici analoghi. Tuttavia, gli autori riconoscono che, nonostante gli aggiustamenti e il disegno di emulazione del trial, potrebbero persistere fattori confondenti residui legati alla gravità della malattia psichiatrica, alla funzione cognitiva basale e alle indicazioni diabetologiche. Inoltre, la precisione dei codici prescrittivi e ICD è limitata, e la forte prevalenza maschile del campione riduce la generalizzabilità dei risultati.
Una prospettiva emergente nella prevenzione della demenza
Nel complesso, lo studio contribuisce a delineare un quadro in cui la modulazione metabolica potrebbe avere un ruolo nella prevenzione della demenza anche in popolazioni ad alto rischio psichiatrico. Pur richiedendo conferme attraverso trial clinici randomizzati, queste evidenze aprono una prospettiva di ricerca che integra metabolismo, infiammazione e salute cerebrale, suggerendo che gli SGLT2 inibitori potrebbero avere un potenziale ancora in parte inesplorato nel campo della neuroprotezione.
Fonte:
Liebers DT, et al. Sodium-Glucose Cotransporter 2 Inhibitors and Dementia Risk in Patients With Psychiatric Disorders. JAMA Netw Open. 2026 Jun 1;9(6):e2619985. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2026.19985.
Tratto da: Pharmastar, Arturo Zenorini, 07 luglio 2026