Nei pazienti con diabete di tipo 2, l’impiego degli agonisti del recettore GLP-1 e degli inibitori SGLT2 è risultato associato a una minore frequenza di carcinoma epatocellulare e di altre complicanze del fegato.
Una revisione di 36 studi di coorte, che ha coinvolto complessivamente oltre 5,3 milioni di persone con diabete di tipo 2, ha rilevato un’associazione tra l’impiego degli agonisti del recettore Glp-1 e degli inibitori Sglt2 e una minore frequenza di carcinoma epatocellulare e di altre complicanze epatiche. I risultati indicano inoltre una possibile riduzione degli episodi di scompenso epatico con gli agonisti Glp-1 nei pazienti che presentavano già una malattia cronica del fegato. Trattandosi di studi osservazionali, tuttavia, i dati non consentono di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto..
Glp-1 e Sglt2 associati a meno complicanze epatiche
Nello specifico, per gli agonisti del recettore Glp-1 è stata osservata una riduzione relativa del 23% della probabilità di sviluppare un carcinoma epatocellulare, mentre per gli inibitori Sglt2la riduzione è stata del 24%. Con entrambe le classi è emersa, anche, una minore frequenza degli altri eventi legati alla progressione della malattia del fegato, diminuiti di circa un quinto rispetto alle terapie utilizzate come confronto. Inoltre, tra le persone che presentavano già una malattia epatica cronica, gli agonisti GLP-1 sono stati inoltre associati a una riduzione del 21% degli episodi di scompenso epatico, una condizione che si manifesta quando il fegato non riesce più a svolgere adeguatamente le proprie funzioni.
L’associazione che dimostra un effetto diretto
La revisione presenta anche alcuni limiti, poiché gli studi inclusi erano tutti osservazionali e le terapie non venivano assegnate casualmente. Non è quindi possibile stabilire se questi medicinali riducano direttamente il rischio di tumore del fegato e delle altre complicanze epatiche, perché le differenze osservate potrebbero dipendere anche dalla gravità del diabete, dalle condizioni generali dei pazienti, dalle patologie concomitanti e dai farmaci utilizzati come confronto. Saranno, pertanto, necessari ulteriori studi per verificare se il minor rischio rilevato sia effettivamente attribuibile alle terapie e per comprendere quali pazienti possano trarne maggiore beneficio.
Fonte
Hepatology. 2026;84(3):851-869. doi:10.1097/HEP.0000000000001695.
Tratto da: Farmacista33, Paolo Levantino - Farmacista clinico, 04 settembre 2026