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L'identikit delle attivitā del diabetologo: il progetto Dia and Int

Data di pubblicazione: 22/12/2016

Per la prima volta in Europa è stato definito con una valutazione obiettiva il profilo preciso del diabetologo, con l'applicazione di un metodo scientifico e non autoreferenziale. È il frutto di un progetto, denominato Dia&Int (Diabetes Intelligence), realizzato dall'Associazione Medici Diabetologi (Amd). Ne parliamo con Nicoletta Musacchio, presidente Amd.

Che cos'è il progetto DIA&INT?

È un progetto che ha lo scopo di evidenziare il valore che rappresenta lo specialista nel processo di cura del paziente diabetico e identificare la best practice per andare a definire e pesare le azioni virtuose e specifiche della specialità. L'obiettivo è quello di arrivare a definire un curriculum specifico del diabetologo che identifichi le attività riconosciute come chiaramente efficaci ed efficienti.

Quali metodi avete adottato?

Abbiamo implementato un progetto di Business Intelligence in collaborazione con MIX-x. In particolare, è stato utilizzato un metodo di analisi Sroi (Social Return Of Investment), che è un modello di analisi organizzativa riconosciuto a livello internazionale. Con lo Sroi si è in grado di misurare in modo oggettivo il valore generato dalle attività svolte da un'organizzazione e si utilizza per capire l'importanza di attività che non generano direttamente valore economico, come le attività sanitarie. Per prima cosa abbiamo individuato le 25 attività principali dell'assistenza diabetologica, tratte dagli Standard Italiani per la cura del diabete mellito e tutte supportate dalla letteratura in termini di efficacia e modalità attuativa. Abbiamo quindi attribuito un valore agli outcomes (tratti dal Piano Nazionale del Diabete e dal Manifesto dei Pazienti) e valutato l'impatto di ognuna delle attività su ciascuno di essi. Abbiamo quindi calcolato lo Sroi. In questo modo ogni attività professionale totalizza un “punteggio”, che dipende dall'importanza dei risultati assistenziali che permette di conseguire, da quanto sia utile nell'ottenimento di ogni specifico risultato, da quanti risultati supporta e dal peso di ogni singolo risultato. È stato quindi possibile attribuire a ogni attività un punteggio e costruire così un ranking di priorità.

Quali risultati sono emersi dallo studio?

I risultati più rilevanti riguardano il ranking delle prime attività. Di grande rilevanza è la competenza scientifica, quindi la capacità di approccio biomedico, ma di altrettanto peso sono quelle di tipo educativo: tra queste la prima in assoluto è proprio la terapia educativa, poi la capacità di fare contratti di cura personalizzati, quindi l'autocontrollo strutturato. È dunque fortemente sottolineato il fatto che la patologia ha la necessità di un doppio approccio: da una parte rispondere ai bisogni di malattia, dall'altra rispondere ai bisogni della persona e quindi offrire al paziente il processo di empowerment.

Quali implicazioni pratiche emergono da questo progetto?

Attraverso Dia&Int, potranno essere meglio definite nelle loro peculiarità e competenze le necessità organizzative dei Servizi Diabetologici e la figura professionale del diabetologo, e quindi la sua posizione negli organigrammi e nelle organizzazioni strutturali aziendali. In tal modo sarà inoltre possibile, per i diabetologi, trattare con i decisori con il sostegno di dati solidi e provati per colmare il gap tra best practice e Lea. Al momento, infatti, esiste un forte scollamento tra il piano assistenziale, ben delineato nel Piano Nazionale del Diabete - che indica con chiarezza gli obiettivi da raggiungere e i ruoli professionali -, e appunto i Lea, che declinano e riconoscono le attività/prestazioni del medico diabetologo trascurandone molteplici aspetti e negandone molte specificità.

Tratto da: Diabetologia33, 21 dicembre 2016


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