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Legame tra assunzione di determinati nutrienti e mortalitā cardiometabolica

Data di pubblicazione: 09/03/2017

Secondo un nuovo studio pubblicato su Jama, quasi la metà dei decessi dovuti a malattie cardiache, ictus e diabete di tipo 2 negli Stati Uniti nel 2012 era associata a un consumo non ottimale di alcuni componenti della dieta, in particolare frutta, verdura, noci/semi, cereali integrali, carni rosse non lavorate, carni lavorate, bevande zuccherate, grassi polinsaturi, grassi omega-3 di pesce e sodio.

Renata Micha, della Tufts Friedman School of Nutrition Science and Policy di Boston, ha sviluppato assieme ai colleghi un modello che utilizza dati dalle indagini del National Health and Nutrition Examination, dati sull'associazione tra dieta e le malattie stimati da sperimentazioni cliniche, e la mortalità nazionale specifica per malattia stimata dal National Center for Health Statistics, per esaminare l'associazione tra la mortalità cardiometabolica e il consumo degli alimenti identificati. Dai risultati si evince che la mortalità legata alla dieta era maggiore negli uomini rispetto alle donne, nei giovani rispetto agli anziani, nei neri e negli ispanici rispetto ai bianchi e negli individui con istruzione bassa e media rispetto a quelli con una formazione superiore. Gli autori indicano che la percentuale maggiore di morti cardiometaboliche era correlata a eccessiva assunzione di sodio, a insufficiente apporto di noci/semi ad alto apporto di carni lavorate, e bassa assunzione di grassi omega-3 di pesce.

«Questi risultati dovrebbero aiutare a individuare le priorità, a guidare alla pianificazione della salute pubblica e a formare le strategie per alterare le abitudini dietetiche e migliorare la salute» concludono i ricercatori. «Una parte notevole di morti cardiometaboliche è associata a una dieta non ottimale, e un miglioramento della qualità della dieta può aiutare a prevenire una grande parte di questi decessi riducendo le disuguaglianze di salute» affermano in un editoriale di accompagnamento Noel Mueller e Lawrence Appel, del Welch Center for Prevention, Epidemiology, and Clinical Research di Baltimora, che poi concludono: «La stima dei benefici è complessa e imprecisa, ma sia che gli autori abbiano sovra o sottostimato gli effetti potenziali di una migliore dieta, comunque, i benefici probabili sono sostanziali e giustificano politiche pensate per migliorare la qualità della vita».

Jama 2017. doi:10.1001/jama.2017.0947

http://jamanetwork.com/journals/jama/fullarticle/10.1001/jama.2017.0947

Tratto da: Doctor33, 09 marzo 2017


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