Secondo uno studio pubblicato su Molecular Psychiatry, prime autrici Francesca Imperiale e Federica Agosta dell'Unità di Neuroimaging Quantitativo dell'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, i comportamenti impulsivi-compulsivi come la dipendenza dal gioco d'azzardo, i disturbi dell'alimentazione o l'ipersessualità che spesso complicano la malattia di Parkinson, non sono un effetto collaterale dei farmaci, ma il frutto delle alterazioni cerebrali dei circuiti di gratificazione causate dalla malattia. La scoperta, nata dalla collaborazione tra Unità di Neuroimaging Quantitativo e Università di Belgrado, apre la strada a nuovi strumenti predittivi che permetteranno di anticipare l'insorgenza di questi disturbi e intervenire con trattamenti tempestivi. I pazienti affetti da malattia di Parkinson soffrono spesso di disabilità cognitive, disturbi dell'umore come ansia e depressione, nonché disturbi psicopatologici.
Tra questi ultimi i più frequenti sono i comportamenti impulsivi-compulsivi, contraddistinti dall'incapacità di controllare i propri desideri e istinti, che si traduce spesso nella ripetizione di azioni dannose per sé o per gli altri, come il gioco d'azzardo patologico, lo shopping compulsivo, l'ipersessualità e l'alimentazione compulsiva. L'ipotesi dei ricercatori era che tali comportamenti fossero dovuti ad alterazioni funzionali e strutturali del cervello conseguenti al Parkinson. Per testare l'ipotesi, gli autori hanno esaminato 85 pazienti con Parkinson, di cui 35 con comportamenti impulsivi-compulsivi e 50 senza. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica e i soggetti con comportamenti impulsivi-compulsivi presentavano nell'area principale colpita dalla malattia, quella motoria, un danno a carico delle aree cerebrali coinvolte nella regolazione dei processi di gratificazione. I risultati della ricerca suggeriscono inoltre che la risonanza magnetica potrebbe essere uno strumento ideale per identificare in modo precoce i pazienti a rischio di sviluppare questi disturbi comportamentali, affinché possano beneficiare di una terapia farmacologica su misura. «Lo studio mette in luce la stretta connessione tra sintomatologia motoria, cognitiva e psichiatrica» conclude Massimo Filippi, direttore dell'Unità di Neuroimaging Quantitativo all'Università Vita-Salute San Raffaele.
Mol Psychiatry. 2017. doi: 10.1038/mp.2017.18
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28265121
Tratto da: Doctor33, 11 marzo 2017