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C'č poca attenzione per il cuore delle donne

Data di pubblicazione: 27/08/2017

Barcellona - Le signore a rischio hanno meno probabilità di ricevere i farmaci per abbassare il colesterolo: uno studio presentato al Congresso europeo dei cardiologi accusa. Ma una buona notizia c'è: diminuisce il gap di mortalità per infarto tra femmine e maschi.

È il cuore delle donne il protagonista della prima giornata di lavori del congresso della European Society of Cardiology, che si è aperto a Barcellona. Un appuntamento che raccoglie ogni anno il meglio della cardiologia del vecchio continente, e che detta gli indirizzi per la ricerca e la pratica clinica del settore, tanto che ha preso il via con la presentazione di quattro linee guida su altrettanti temi: infarto acuto del miocardio, patologia valvolare cardiaca, arteriopatia periferica e doppia terapia antipiastrinica. Linee guida che, come ha ribadito il chair del congresso Stephan Windecker dell'Ospedale universitario di Berna, in Svizzera, avranno un impatto importante su medici e pazienti.

Sotto i riflettori del Congresso c'è però l'eterna croce di medici e pazienti, il colesterolo, la molecola lipidica le cui alte concentrazioni nel sangue sono un importante fattore di rischio di aterosclerosi. Da tempo si sa che un abbassamento anche relativo dei livelli di colesterolo nel sangue (basta una riduzione di 39 milligrammi per decilitro) comporta una riduzione di un quinto del rischio di eventi coronarici gravi a cinque anni. E tuttavia, molti studi hanno mostrato che nella pratica quotidiana questo obiettivo è raggiunto da appena un quarto dei pazienti ad alto rischio in prevenzione secondaria.

Ora una ricerca presentata al Congresso dice che le donne ad alto rischio di eventi cardiovascolari hanno minori probabilità di ricevere la dose raccomandata di statine (i farmaci che riducono i livelli di colesterolo nel sangue) per la prevenzione dell'aggravarsi delle malattie nelle persone che già ne soffrono. “Molti studi in diversi settori della cardiologia hanno mostrato che le pazienti donne sono meno frequentemente trattate secondo le linee guida correnti”, ha dichiarato Anselm Kai Gitt, cardiologo dello Heart Centre di Ludwigshafen, in Germania. Così Gitt si è chiesto se il fatto di essere donna avesse un impatto sull'obiettivo di riduzione del colesterolo (meno di 70 mg per dl) nella prevenzione secondaria. Il ricercatore ha dunque analizzato i dati relativi a 46.310 pazienti ad alto rischio di eventi cardiovascolari, di cui 18.653 (40,3%) donne, in media più anziane dei pazienti maschi e più spesso con diabete o ipertensione. Ripercorrendo la storia clinica e terapeutica del campione, i ricercatori hanno scoperto che le donne erano più spesso trattate con statine meno potenti o con dosaggi più bassi rispetto agli uomini. Risultato: soltanto il 17,5 per cento del campione femminile riusciva a centrare l'obiettivo, quello di restare al di sotto dei 70 mg per dl di colesterolo nel sangue, rispetto al 24 per cento dei pazienti maschi. Il perché di questa disparità di trattamento non è chiara, e serviranno ulteriori studi, dice Gitt, per capire perché i medici siano meno propensi a prescrivere alle pazienti donne statine potenti o al dosaggio necessario per raggiungere il target.

Per una notizia cattiva nel campo della cardiologia di genere, quel settore che si occupa delle differenze tra uomini e donne nella diagnosi e nella terapia delle malattie del cuore, ce n'è una più confortante. È quella secondo cui negli ultimi vent'anni si sta riducendo, fino quasi a dimezzarsi, il gap di mortalità per infarto acuto del miocardio tra maschi e femmine in ospedale, soprattutto in quelle meno anziane. Lo ha mostrato uno studio condotto da Dragana Radovanovic, dell'Università di Zurigo, Svizzera, e presentato anch'esso nel corso della prima giornata del Congresso. L'analisi retrospettiva condotta su 50 mila pazienti, maschi (74 per cento, età media 64 anni) e femmine (27 per cento, età media 72 anni) tra il 1997 e il 2016, mostra come nell'infarto STEMI (cioè con occlusione totale della coronaria) la mortalità si sia ridotta dal 9,8 per cento al 5,5 per cento nei pazienti maschi e dal 18,3 per cento al 6,9 per cento nelle pazienti donne. Mentre nell'infarto non STEMI (cioè con occlusione parziale dell'arteria) si era ridotta dal 7,1 al 2,1 per cento nei maschi e dall'11 al 3,6 per cento nelle donne. Il miglioramento, ha detto la ricercatrice, è ancora più evidente nelle donne più giovani, cioè sotto i 60 anni di età. Il fatto che la mortalità continui ad essere più elevata nelle donne dipende, probabilmente, dalla loro maggiore età all'epoca dell'infarto e dunque alla presenza di malattie concomitanti. Il fatto che questo gap si stia riducendo, conclude la ricercatrice, potrebbe essere dovuto alla maggiore diffusione, anche tra le donne, dell'angioplastica coronarica.

Tratto da: La Repubblica, Elisa Malacorda, 27 agosto 2017


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