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Diabete 1, messo a punto un nuovo metodo diagnostico per predire le complicanze

Data di pubblicazione: 25/09/2017

Secondo i risultati di uno studio pubblicato su Plos One, un nuovo metodo diagnostico messo a punto dai ricercatori dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e della Fondazione Policlinico A. Gemelli di Roma in collaborazione con la Facoltà Dipartimentale di Ingegneria dell'Università Campus Bio-Medico di Roma è in grado di misurare il livello di gravità dei pazienti con diabete di tipo 1. Il metodo permette di scoprire in che modo il paziente gestisce la malattia e quindi l'eventuale rischio di complicanze quali retinopatia, nefropatia, e ipertensione. I ricercatori hanno riscontrato che se il paziente va incontro a molti episodi di aumento di glicemia, quindi non controlla bene la malattia, la membrana dei globuli rossi viene danneggiata e questo test si basa su un software che è in grado di trarre autonomamente informazioni dalle immagini microscopiche dei globuli rossi del paziente. Al momento, il metodo usato per il controllo della gestione della malattia e del rischio di complicanze vascolari è l'esame della emoglobina glicata, che misura quante molecole di zucchero si attaccano all'emoglobina nel sangue. Purtroppo però recentemente sono emersi dubbi sull'attendibilità di questo esame, poiché si è vista non infrequentemente la comparsa di complicanze vascolari anche in chi presenta valori di emoglobina glicata buoni. La ricerca è stata condotta da Giuseppe Maulucci e da Marco De Spirito dell'Istituto di Fisica dell'Università Cattolica, che affermano che il test si effettua in maniera molto semplice. «Dopo il prelievo vengono estratti i globuli rossi, messi su un vetrino, 'colorati' con una molecola fluorescente e 'fotografati' con un particolare microscopio. Queste immagini sono poi analizzate da un algoritmo 'intelligente'» spiegano gli autori dello studio in un comunicato stampa. «Questo nuovo test supera quello dell'emoglobina glicata in termini di sensibilità e di accuratezza, ma bisogna lavorare a un prototipo che abbassi i costi di realizzazione. Il test potrebbe plausibilmente arrivare in uso clinico nel giro di pochi anni» conclude Maulucci.

PLoS One. 2017. doi: 10.1371/journal.pone.0184109

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/28880900

Tratto da: Doctor33, 25 settembre 2017


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