Tagliare del 25% l'esposizione ai comuni inquinanti ambientali tra cui ftalati, pesticidi e bifenili policlorurati (Pcb) potrebbe ridurre di oltre 150.000 l'anno i casi di diabete in Europa abbattendo la spesa sanitaria annuale di 4,5 miliardi di euro, secondo un articolo pubblicato sul Journal of Epidemiology e Community Health. «Un numero sempre maggiore di studi suggerisce che gli inquinanti ambientali contribuiscono alla comparsa di disturbi metabolici come diabete e obesità interferendo con l'omeostasi ormonale dell'organismo» esordisce il coautore Lars Lind dell'Università di Uppsala in Svezia, che assieme ai colleghi ha stimato il potenziale contributo di queste sostanze all'incidenza di diabete di tipo 2 in Europa e relativi costi. Allo scopo i ricercatori hanno usato i dati dello Swedish Prospective Investigation of the Vasculature in Uppsala Seniors Study (PIVUS), uno studio che ha esaminato l'esposizione di più di un migliaio di persone tra 70 e 75 anni residenti nella città di Uppsala agli ftalati, ai pesticidi come il diclorodifenildicloroetilene, ai Pcb e alle sostanze perfluoroalchiliche.
«I casi di diabete di tipo 2 sono stati stimati usando i dati di prevalenza europei e svedesi, calcolando i costi annuali di trattamento» scrivono gli autori, che hanno successivamente calcolato l'impatto di una riduzione del 25% dell'esposizione a quattro composti (Pcb 153; monoetilftalato, diclorofenildicloroetilene e acido perfluorononanoico o Pfna). I loro calcoli dimostrano che una riduzione di un quarto dell'esposizione a ciascuno dei quattro inquinanti chimici sintetici darebbe luogo a un calo del 13% della prevalenza di diabete tra 70 e 75 anni di età. «Percentuale equivalente a 152.481 casi annuali di diabete in meno, con un risparmio di 4,51 miliardi di euro l'anno» precisa Lind. E conclude: «Questi risultati sottolineano la necessità di un quadro normativo in grado di identificare in modo proattivo sia il rischio chimico di un composto prima che questo venga usato su larga scala, sia le alternative più sicure».
J Epidemiol Community Health 2016. doi:10.1136/jech-2016-208006
http://jech.bmj.com/content/early/2016/09/19/jech-2016-208006.abstract
Tratto da: Doctor33, 04 novembre 2016