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Diabete: una sfida che si vince con la collaborazione

Data di pubblicazione: 01/12/2016

La malattia colpisce un italiano su venti e assorbe un decimo della spesa sanitaria

Con circa quattrocento milioni di pazienti diagnosticati nel mondo e un incremento delle diagnosi stimato del venti per cento entro il 2030, il diabete è un’emergenza sanitaria globale.

In Italia si stimano oltre tre milioni di pazienti e la malattia assorbe il dieci per cento della spesa sanitaria (Osservatorio ARNO 2015), costi legati per oltre il cinquanta per cento alle ospedalizzazioni rese necessarie dalle complicanze, che determinano ogni anno dodicimila ricoveri per centomila pazienti.

«Il diabete è un’emergenza socio-sanitaria che mette a rischio la sostenibilità dei sistemi economici, al punto che l’ONU ha considerato questa patologia una minaccia per tutte le società, inclusi i Paesi in via di sviluppo dove il paziente si presenta al medico già con le complicanze, cui sono associati nei Paesi occidentali il 60-70% dei costi diretti», dice Francesco Dotta, direttore U.O. di Diabetologia, al Policlinico “Le Scotte”, Università di Siena.

Dotta è stato tra i partecipanti corso di formazione professionale “I due volti del diabete. Raccontare la patologia oggi tra innovazione, sostenibilità e bisogni del paziente”, promosso dal Master della Sapienza Università di Roma “La Scienza nella Pratica Giornalistica”, con il supporto di Eli Lilly. Un incontro per ricordare che di fronte a una sfida come quella rappresentata oggi dal diabete è necessario uno sforzo comune di specialisti, decisori, associazioni, mass media.

Le importanti innovazioni terapeutiche degli ultimi anni, insieme alla diagnosi precoce, hanno consentito passi da gigante nel trattamento della malattia e nella prevenzione delle complicanze, ma è altrettanto importante favorire un cambiamento di rotta da parte dei pazienti affinché imparino a gestire quotidianamente la patologia attraverso l’aderenza alla terapia e l’adozione di stili di vita adeguati.

Il diabete di tipo 2 è una malattia complessa e complesso è il suo trattamento che con il passare degli anni di malattia si evolve passando da una terapia orale alla terapia iniettiva, da una terapia combinata alla politerapia. Il trattamento del diabete di tipo 1 si basa sulla terapia insulinica con iniezioni giornaliere multiple o con infusione sottocutanea continua. L’obiettivo è normalizzare i valori glicemici e di emoglobina glicata e ridurre quanto più possibile le ipoglicemie, in particolare quelle notturne.

«Nel diabete di tipo 1 a insorgenza giovanile le nuove terapie, insieme ad una diagnostica meno invasiva, hanno migliorato la qualità di vita dei pazienti: il monitoraggio della glicemia con la puntura al dito è ormai obsoleto, il paziente collabora di più, conosce la sua patologia, si verificano meno ipoglicemie e si riesce ad aggiustare la terapia insulinica», dice Paolo Pozzilli, professore ordinario di Endocrinologia, direttore U.O.C. di Endocrinologia e Diabetologia, Università Campus Biomedico di Roma. «Un’ampia gamma di insuline, tra cui le insuline biosimilari, permettono un controllo ottimale, rispetto a solo qualche anno fa, grazie al quale si riesce a prevenire le complicanze. Anche nel diabete di tipo 2 l’armamentario terapeutico è sempre più articolato: danno buone risposte i nuovi farmaci come gli analoghi GLP-1 che sono efficaci e vengono somministrati sottocute una volta a settimana; ci sono poi i farmaci glicosurici che favoriscono l’eliminazione del glucosio, in compresse, estremamente efficaci nel ridurre l’emoglobina glicata e la mortalità».

L’impatto del diabete di tipo 2 è aggravato dalla circostanza che spesso il paziente diabetico è afflitto da almeno due, tre patologie associate e, dopo alcuni anni di malattia non controllata, da complicanze più o meno severe. «A monte di tutto questo però va riaffermato il diritto del paziente di poter fruire delle cure migliori insieme al fatto che, per garantire equità, servono risorse umane, economico-finanziarie, organizzative e tecnologiche», osserva Dario Sacchini dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities, Facoltà di Medicina e Chirurgia”, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «L’idea di una sanità che dà tutto a tutti è fuorviante, bisogna assicurare la cura giusta al paziente giusto, e il SSN deve vigilare affinché l’equità di accesso sia concretamente garantita, e deve verificare l’innovazione, perché non tutto è innovativo».

Oltre alle conoscenze specialistiche sulla malattia, il corso ha puntato sugli aspetti sociali e psicologi della malattia e sul ruolo del paziente nella gestione e nell’aderenza alle terapie.  Per essere protagonista del proprio percorso di cura, il paziente è chiamato ad aderire scrupolosamente alle prescrizioni terapeutiche ma anche a controllare il proprio stile di vita, la dieta e la terapia. Uno sforzo che deve essere sostenuto anche dal Servizio sanitario, dai medici, dalla famiglia considerando l’impatto anche psicologico che hanno le complicanze.

«Alcuni studi dimostrano come un diabetico su due si senta abbandonato dal SSN mentre un paziente su tre si sente depresso», sottolinea Gianni Lamenza, presidente dell’Associazione Diabete Italia. «I bisogni primari del diabetico giovane e adulto sono di carattere sanitario e sociale: al primo posto la consapevolezza e la responsabilizzazione indispensabili per permettere al paziente di condurre una vita senza restrizioni e gestire la malattia scongiurando il rischio di complicanze; poter contare su un contesto famigliare e sociale che lo accolgano e ne favoriscano l’inclusione. Fondamentali sono il tempo e la professionalità messi a disposizione dagli operatori sanitari, che devono educare il paziente a gestire la propria malattia; infine, occorre un “medico istruttore più che prescrittore”, requisito essenziale insieme all’accesso a farmaci e tecnologie innovativi».

Ma i pazienti, dice la presidente di Diabete Forum Rita Lidia Stara, non devono dimenticare che «non ci possono essere diritti senza doveri. Spesso i diabetici reclamano i primi dimenticando i secondi. Il paziente ha diritto ad accedere alle cure ma ha il dovere di curarsi; il paziente che non si cura crea un grosso problema a se stesso e alla collettività. Non aderire ad un percorso terapeutico significa sottrarre risorse necessarie ad altri malati e provoca un danno incommensurabile verso se stessi e verso la propria famiglia», conclude.

Tratto da Healthdesk, 01 dicembre 2016


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