Attualmente la strategia che prevede lo screening, la diagnosi precoce e il conseguente trattamento dei pazienti con pre-diabete sembra non avere un impatto sostanziale sul miglioramento dell'attuale epidemia di diabete di tipo 2. Lo sostiene Eleanor Barry del Nuffield Department of Primary Care Health Sciences all'Università di Oxford, Regno Unito, prima firmataria di una revisione sistematica con metanalisi appena pubblicata sul British Medical Journal che aveva lo scopo di verificare se una strategia caratterizzata dallo screening e dal trattamento del pre-diabete sia in grado di esercitare un'efficace azione di prevenzione della malattia. Vi sono attualmente due strategie di screening: identificare i soggetti a maggiore rischio oppure effettuare uno screening di massa.
Dopo un'accurata analisi degli studi pubblicati su Medline, Pre Medline ed Embase gli autori hanno selezionato 49 studi sull'efficacia dello screening e 50 sul trattamento, scoprendo che l'accuratezza diagnostica di test utilizzati per rilevare il pre-diabete nei programmi di screening è bassa: l'emoglobina glicata (HbA1c) ha una sensibilità del 49% e una specificità del 79% nell'identificazione del pre-diabete, mentre la glicemia a digiuno ha una sensibilità media del 25% e una specificità del 94%. «L'HbA1c non è né sensibile né specifica per la rilevazione del pre-diabete, mentre la glicemia a digiuno è specifica, ma non sensibile» scrivono gli autori, rilevando tuttavia che negli studi analizzati lo screening ha dimostrato una certa efficacia nel prevenire o ritardare l'insorgenza del diabete di tipo 2. «Nella vita reale lo screening è ancora troppo impreciso, e molte persone avrebbero una diagnosi errata ricevendo trattamenti inutili, mentre molte altre sarebbero falsamente rassicurate senza ricevere alcun intervento» riprende Barry, spiegando che in parte questi risultati dipendono dalla mancanza di un accordo sui criteri di definizione del pre-diabete: per l'Organizzazione mondiale della sanità si parla di pre-diabete con valori glicemici a digiuno tra 111 e 125 mg/dL o di Hb A1c tra 6 e 6,4%, mentre per l'American Diabetes Association (ADA) i valori sono rispettivamente tra 101 e 125 mg/dL e fra 5,7%-6,4%.
Nello stesso studio è stata valutata inoltre l'efficacia di studi di intervento (con stile di vita o metformina) nella prevenzione del diabete nelle persone con pre-diabete. Gli interventi sullo stile di vita hanno determinato una riduzione del 36% del rischio relativo di diabete di tipo 2 nel periodo da 6 mesi a 6 anni, e del 20 % nel periodo successivo al termine del trial.
E in un editoriale di commento Norman Waugh dell'Università di Warwick a Coventry, Regno Unito, scrive: «La chiave per modificare l'incidenza del diabete è favorire l'adozione di corretti stili di vita da parte della popolazione generale. In altri termini, serve più educazione per tutti al vivere sano: una cosa facile a scriversi ma ben più difficile a farsi».
BMJ. 2017. doi: 10.1136/bmj.i6538
BMJ. 2017. doi: 10.1136/bmj.i6800
Tratto da: Doctor33, 10 febbraio 2017