Nelle gestanti con diabete di tipo 1, il monitoraggio glicemico continuo tramite un dispositivo impiantabile migliora sia la gestione della malattia sia la prognosi fetale rispetto al consueto monitoraggio transcutaneo. Ecco i risultati di uno studio randomizzato appena pubblicato su The Lancet e presentato in contemporanea durante il congresso Easd, European Association for the Study of Diabetes. «Crediamo che questo tipo di monitoraggio dovrebbe essere reso disponibile per tutte le gravide con diabete di tipo 1» afferma Denice Feig, dell'Università di Toronto e Sinai Health System, Canada, che assieme ai colleghi ha sperimentato un dispositivo impiantabile di monitoraggio continuo della glicemia (Cgm) che fornisce 288 registrazioni giornaliere, consentendo agli utenti di seguire in tempo reale con la terapia le variazioni glicemiche. Allo studio, che ha confrontato il Cgm con la consueta puntura del dito 4-8 volte al giorno, hanno preso parte 214 gestanti con diabete di tipo 1 di età compresa tra i 18 e i 40 anni. «Rispetto al monitoraggio tradizionale, le donne con Cgm hanno trascorso più tempo con valori glicemici normali (68% vs 61% - equivalenti a 100 minuti al giorno) e meno tempo in iperglicemia (27% vs 32 % - equivalente a meno di un'ora al giorno). Viceversa, gli episodi di ipoglicemia severa e il tempo trascorso in ipoglicemia erano paragonabili nei due gruppi (18 vs 21 e 3% vs 4% rispettivamente). Migliorata con il Cgm anche la prognosi fetale: ridotti i feti macrosomici (53% vs 69%), i ricoveri in terapia intensiva per più di 24 ore (27% vs 43%) e le nascite di feti in ipoglicemia (15% vs 28%). In un editoriale di commento Satish Garg, del Barbara Davis Center for Diabetes, alla Università del Colorado di Denver, scrive: «Alla luce di questi risultati, che supportano in modo significativo l'uso di Cgm nelle gravide con DM1, le società scientifiche endocrine e ostetriche potrebbero considerare la necessità sia di raccomandare il monitoraggio continuo, sia modificare in tal senso le attuali linee guida».
The Lancet 2017. Doi: 10.1016/S0140-6736(17)32400-5
http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(17)32400-5/fulltext
The Lancet 2017. Doi: 10.1016/S0140-6736(17)32449-2
http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(17)32449-2/fulltext
Tratto da: Doctornews, 26 settembre 2017