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Remissione del diabete tipo 2: possibile, ma non esiste un'unica strada

La remissione del diabete di tipo 2 non è più un’eccezione clinica, ma un obiettivo realistico per una quota crescente di pazienti. Le evidenze degli ultimi anni indicano che, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia, è possibile riportare i parametri glicemici nel range non diabetico senza ricorrere a terapia farmacologica continuativa. Tuttavia, non esiste un unico percorso valido per tutti.

Le evidenze: la perdita di peso resta centrale

Uno studio pubblicato nel 2023 su Diabetes Care ha mostrato che un programma intensivo di sostituzione totale della dieta a basso apporto calorico, condotto nella medicina di base australiana, ha portato alla remissione del diabete a un anno in circa la metà dei partecipanti con diagnosi recente. Il dato più rilevante? Le percentuali di remissione aumentavano in parallelo alla quantità di peso perso.

Nel settembre 2025, una revisione sistematica e meta-analisi pubblicata sulla stessa rivista, che ha incluso 18 studi randomizzati non chirurgici, ha confermato che interventi strutturati – in particolare quelli capaci di determinare una perdita ponderale significativa – ottengono tassi di remissione clinicamente rilevanti.

La traiettoria è chiara: quanto prima si interviene e quanto più consistente è la riduzione del peso (in particolare del grasso viscerale ed epatico), tanto maggiori sono le probabilità di remissione.

Cosa significa davvero “remissione”?

Con il concetto che diventa sempre più centrale nella pratica clinica, è essenziale definirlo con precisione. Secondo William Hsu, MD, già vicepresidente del Joslin Diabetes Center di Harvard, la remissione si definisce come il ritorno dei marker glicemici nel range non diabetico senza farmaci ipoglicemizzanti, mantenuto per almeno tre mesi, con HbA1c < 6,5%.

Anche Eve Elizabeth Pennie, MD, epidemiologa del Texas Department of State Health Services, sottolinea che possono essere considerati parametri alternativi come glicemia a digiuno < 126 mg/dL, oppure dati da monitoraggio continuo (CGM) o test da carico orale quando l’HbA1c non è disponibile.

Un punto cruciale è che la remissione non coincide con un miglioramento temporaneo. Se la glicemia si normalizza solo finché il paziente assume farmaci, ma l’insulino-resistenza e l’adiposità viscerale restano elevate, non si può parlare di vera remissione metabolica.

Dalla cura reattiva a quella orientata alla remissione

Uno dei problemi principali non è la mancanza di strumenti, ma l’assenza di un percorso strutturato. Oggi il clinico dispone di molte opzioni: metformina, agonisti del recettore GLP-1, inibitori SGLT2, programmi nutrizionali strutturati, coaching digitale e chirurgia metabolica. Tuttavia, senza un framework chiaro, il rischio è restare in una logica “reattiva”, aggiungendo farmaci per controllare la glicemia senza affrontare la disfunzione metabolica alla radice.

Pennie evidenzia che l’opportunità maggiore di remissione si concentra nelle fasi precoci della malattia, quando fegato e pancreas possono ancora recuperare funzione. Per questo motivo, raccomanda che i pazienti di nuova diagnosi inizino immediatamente un intervento intensivo sullo stile di vita, affiancato da terapia farmacologica quando indicata, spesso con l’aggiunta precoce di un agonista GLP-1 per favorire la perdita di peso.

Hsu propone invece un approccio centrato sul “metabolic unloading”: alleggerire precocemente il carico glicemico e insulinico su fegato e pancreas, puntando a ridurre il grasso epatico e migliorare la sensibilità insulinica, piuttosto che limitarsi alla soppressione farmacologica della glicemia.

Il ruolo della chirurgia metabolica

Quando l’intervento conservativo non produce risultati sostenibili, la chirurgia metabolica rappresenta uno degli strumenti più efficaci per ottenere remissioni durature. Le linee guida prevedono l’invio a chirurgia per pazienti con BMI ≥ 40, o ≥ 35 con diabete non controllato, e in casi selezionati anche con BMI 30–34,9 quando altre strategie falliscono.

La chirurgia non dovrebbe essere considerata un “fallimento” delle terapie precedenti, ma una possibilità da integrare precocemente nella pianificazione terapeutica per i pazienti appropriati.

Il profilo del paziente che va in remissione

I pazienti che raggiungono e mantengono la remissione condividono alcune caratteristiche comuni: intervento precoce, perdita significativa di peso – soprattutto viscerale – e monitoraggio regolare. Il CGM, in questo contesto, diventa uno strumento attivo di apprendimento comportamentale, non solo di misurazione.

La riduzione progressiva dei farmaci avviene sotto stretta supervisione clinica, evitando crisi metaboliche e ricadute. Stabilità nei ritmi circadiani dell’alimentazione e minore variabilità glicemica post-prandiale completano il quadro.

Una convergenza tra metabolismo e comportamento

Il messaggio che emerge dalla letteratura è chiaro: la remissione non si ottiene con un singolo farmaco né con una singola dieta. È il risultato di una convergenza tra controllo glicemico, miglioramento della sensibilità insulinica e cambiamento comportamentale sostenibile.

Il diabete di tipo 2 non è necessariamente una condizione irreversibile. Ma la remissione richiede intenzionalità, struttura e tempismo. E soprattutto, richiede di passare da una logica di semplice controllo dei numeri a una vera riabilitazione metabolica.

Tratto da: Pharmastar, 19 febbraio 2026