Colesterolo-LDL, se scende presto e bene cala di un terzo il rischio di infarto e ictus
Il trattamento con evolocumab, unito alle statine, riduce i pericoli. Quali sono gli effetti positivi nei pazienti ad alto rischio, come le persone con diabete.
PCSK9: questa sigla è una delle chiavi per controllare il colesterolo-LDL e portarlo a valori desiderati (meglio se il più possibile e prima possibile) in base al rischio cardiovascolare del singolo.
Agire con gli inibitori specifici di questa proteina significa ridurre l’impatto del fattore causale dell’infarto, appunto il colesterolo LDL, vero e proprio destabilizzante della placca sull’arteria. A confermare il valore di questo “target” farmacologico sono gli studi che giungono dall’altra parte dell’Oceano, in occasione del congresso dell’American College of Cardiology (ACC) tenutosi a New Orleans.
Al congresso è stato presentato uno studio che rivela come evolocumab, un anticorpo monoclonale anti-PCSK9, si sia dimostrato in grado di ridurre il rischio di morte per malattia coronarica, infarto miocardico o ictus ischemico del 31% rispetto al placebo. Questa ricerca offre un razionale importante per puntare su un calo drastico e rapido del colesterolo cattivo già ben prima della comparsa di infarti, ictus o altre patologie cardiovascolari gravi, con particolare attenzione alle persone con diabete e con lesioni delle arterie che non danno segni particolari.
Quanto conta far scendere il colesterolo LDL
Secondo le nuove linee guida sulla gestione delle dislipidemie dell’American Heart Association e dell’American College of Cardiology appare fondamentale ottenere una riduzione più intensiva e precoce dei livelli di colesterolo-LDL per prevenire gli eventi cardiovascolari. In questa logica si inseriscono i dati si una popolazione seguita nello studio VESALIUS-CV. di 3.655 pazienti senza aterosclerosi significativa e con diabete, seguiti per 4,8 anni nello studio VESALIUS-CV. I dati sono stati presentati al Congresso Annuale dell’American College of Cardiology (ACC) e pubblicati contemporaneamente sulla rivista scientifica Journal of the American Medical Association (JAMA). Dall’analisi dei pazienti emerge anche come sia importante ridurre il colesterolo-LDL al di sotto di 45 milligrammi per decilitro, risultato ottenibile con evolocumab, che potrebbe non essere raggiungibile con le sole terapie standard.
Oltre ai dati generali, evolocumab ha mostrato riduzioni favorevoli del rischio di infarto miocardico (31%), rivascolarizzazione indotta da ischemia (34%) e ictus ischemico (33%). L’impiego di evolocumab ha, inoltre, evidenziato una tendenza alla riduzione dei tassi di mortalità, inclusa la morte cardiovascolare (riduzione del rischio relativo del 32%), la morte per malattia coronarica (riduzione del rischio relativo del 27%) e la morte per tutte le cause (riduzione del rischio relativo del 24%).
Identificare e trattare presto le persone a rischio
L’aggiunta dell’inibitore PCSK9 evolocumab alla terapia con statine quindi aiuta a ridurre in modo significativo il rischio di eventi cardiovascolari maggiori anche nei pazienti ad alto rischio senza evidenza di aterosclerosi. L’ipotesi di lavoro suggerisce che alcuni pazienti ad alto rischio, in particolare con diabete, potrebbero beneficiare di target di colesterolo-LDL più aggressivi, finora riservati alla prevenzione secondaria.
“I risultati con evolocumab segnano un cambio di paradigma nella gestione dei pazienti diabetici a rischio cardiovascolare alto o molto alto, senza precedenti eventi, sia con che senza aterosclerosi significativa – spiega Paolo Fiorina, Professore Ordinario di Endocrinologia, Università degli Studi di Milano e Direttore di Endocrinologia, ASST Fatebenefratelli Sacco. Nella pratica clinica, diventa quindi importante identificare precocemente questi pazienti e adottare fin da subito strategie più intensive per la riduzione del colesterolo-LDL, con l’obiettivo di ridurre il rischio di un primo evento e modificare la storia naturale della patologia, in modo efficace e sicuro. È un cambio di prospettiva che rappresenta un passaggio cruciale verso una medicina sempre più preventiva, personalizzata e integrata”.
Tratto da: La Repubblica Salute, Federico Mereta, 01 aprile 2026
