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Grassi e diabete: la qualità conta più della quantità

“A giocare un ruolo chiave nella sensibilità all'insulina e nel rischio di diabete di tipo 2 è la qualità degli acidi grassi più che l'assunzione totale di grassi”: è così che gli autori di una review pubblicata sulla rivista Trends in Endocrinology &Metabolism sintetizzano le attuali conoscenze sul ruolo degli acidi grassi (fatty acid, FA) nel diabete mellito di tipo 2 (T2DM). Nel testo, descrivono i molteplici meccanismi attraverso cui l’acido palmitico favorisce l’insulino-resistenza (IR), influenzando lo sviluppo e la progressione del diabete, e come l’acido oleico possa contrastare gli effetti deleteri dell’acido palmitico. Secondo dati recenti, l’impatto metabolico finale potrebbe dipendere in parte dalla fonte degli acidi grassi alimentari.

Effetti contrastanti

Gli acidi grassi non esterificati (non-esterified fatty acids, NEFA, o acidi grassi liberi) che più abbondano nella dieta sono l'acido palmitico (un acido grasso saturo [saturated fatty acids, SFA]) e l'acido oleico (un acido grasso monoinsaturo [monounsaturated fatty acid, MUFA]). La fonte principale dell’acido palmitico, abbondante anche nella carne e nel burro, è l’olio di palma, mentre quella dell’acido oleico è l’olio d’oliva, un componente chiave della dieta mediterranea.

Gli acidi grassi circolanti derivano in parte dai grassi alimentari e in parte dalla produzione endogena mediante lipogenesi de novo e lipolisi. Le concentrazioni plasmatiche di NEFA nel siero dei pazienti con diabete di tipo 2 di nuova diagnosi sono quasi tre volte superiori a quelle dei soggetti sani. Un aumento dell'assunzione di acido palmitico è stato fortemente associato alla resistenza all'insulina. Viceversa, l’assunzione di acido oleico è stata associata a una ridotta incidenza del diabete.

Nella review si chiarisce che l'acido palmitico attiva molteplici vie molecolari in grado di compromettere il signaling dell'insulina. Quando i livelli circolanti di acidi grassi aumentano, questi si accumulano nei tessuti non adiposi come fegato, muscolo scheletrico e pancreas: il fenomeno, noto come deposizione ectopica di grasso, porta alla lipotossicità. L’acido palmitico promuove la resistenza all'insulina attraverso la generazione di specie reattive dell’ossigeno, la stimolazione di processi infiammatori cronici di basso grado, effetti centrali, aumento della sintesi di lipidi bioattivi, disfunzione mitocondriale e stress del reticolo endoplasmatico.

L'acido oleico può contrastare diversi effetti deleteri dell'acido palmitico in quanto sposta questo acido grasso dalla produzione di ceramidi tossiche all'accumulo in trigliceridi più inerti. A differenza dell'acido palmitico, l'acido oleico non provoca stress significativo del reticolo endoplasmatico né promuove l'attivazione di pathway proinfiammatori, preservando la sensibilità all'insulina.

Una relazione complessa

“Sorprendentemente, recenti studi di coorte non hanno trovato un'associazione tra gli acidi grassi saturi alimentari e l'incidenza del diabete mellito di tipo 2, mentre le prove che collegano il consumo di acidi grassi monoinsaturi a un miglioramento nella gestione del diabete rimangono contrastanti”, segnalano gli autori della review, ipotizzando che la ragione delle discrepanze sia da cercare nelle differenze metodologiche degli studi.

Una possibile spiegazione aggiuntiva arriva secondo loro da studi recenti. Per esempio, un maggiore apporto di acidi grassi monoinsaturi di origine vegetale è stato associato a un rischio ridotto di diabete, mentre un maggiore apporto degli stessi grassi ma di origine animale è stato associato a un rischio maggiore. “È stato suggerito che la presenza di altri componenti negli alimenti di origine animale, tra cui acidi grassi saturi, eme-ferro, colina e L-carnitina, può annullare gli effetti benefici dei MUFA. Gli oli vegetali possono contenere diversi livelli di altri componenti bioattivi, come polifenoli, antiossidanti, vitamine e fitosteroli, che potenzialmente mediano alcuni dei loro effetti benefici” scrivono, aggiungendo che anche i metodi di preparazione dei cibi potrebbero giocare un ruolo.

Una migliore comprensione di questi fattori, concludono, “consentirà una valutazione più accurata dell'impatto effettivo dei diversi tipi di grassi sulla salute metabolica e contribuirà a sviluppare strategie nutrizionali più efficaci per la prevenzione e la gestione del diabete mellito di tipo 2”.

Tratto da: Univadis, Elena Riboldi, 13 maggio 2026