5permille

Negli anziani il BMI non basta: il girovita più efficace per stimare il rischio di mortalità

Negli adulti con almeno 65 anni, la circonferenza della vita sembra offrire informazioni sul rischio di mortalità che l’indice di massa corporea (BMI) non è in grado di cogliere.

In uno studio longitudinale statunitense, un’elevata adiposità addominale è risultata associata a un aumento del 24% della mortalità per tutte le cause, indipendentemente dal BMI. I risultati, pubblicati sul Journal of the American Geriatrics Society, contribuiscono a spiegare il cosiddetto “paradosso dell’obesità” osservato nella popolazione anziana.

Uno studio con 14 anni di osservazione

I ricercatori dell’University of Rhode Island hanno analizzato i dati del National Health and Aging Trends Study, seguendo dal 2011 al 2024 un totale di 6.905 beneficiari Medicare di almeno 65 anni.

Il 56% dei partecipanti era costituito da donne, mentre il 18,1% apparteneva a minoranze etniche. L’associazione tra misure antropometriche e mortalità è stata valutata separatamente per uomini e donne, mediante modelli statistici corretti per età, etnia, istruzione, reddito, abitudine al fumo e condizione di confinamento domiciliare.

I partecipanti sono stati classificati in base al BMI nelle consuete categorie:

• sottopeso: BMI inferiore a 18,5;

• normopeso: BMI compreso tra 18,5 e 24,9;

• sovrappeso: BMI compreso tra 25 e 29,9;

• obesità di classe I o II: BMI compreso tra 30 e meno di 40;

• obesità di classe III: BMI uguale o superiore a 40.

La circonferenza della vita è stata considerata elevata quando superava 40 pollici, circa 102 centimetri, negli uomini e 35 pollici, circa 89 centimetri, nelle donne.

La circonferenza della vita si associa a una maggiore mortalità

Nel corso del follow-up, uomini e donne con una circonferenza della vita elevata hanno mostrato un rischio di mortalità per tutte le cause superiore del 24% rispetto ai partecipanti con una circonferenza inferiore, indipendentemente dal valore del BMI.

L’associazione è risultata sostanzialmente identica nei due sessi:

• uomini: hazard ratio 1,24; intervallo di confidenza al 95% 1,07-1,44;

• donne: hazard ratio 1,24; intervallo di confidenza al 95% 1,07-1,43.

Ogni aumento della circonferenza addominale di 5 pollici, pari a circa 12,7 centimetri, è stato associato a un incremento significativo del rischio di morte sia negli uomini sia nelle donne.

Il dato suggerisce che la localizzazione del tessuto adiposo potrebbe essere più importante del peso complessivo. Il grasso viscerale, accumulato intorno agli organi addominali, è infatti metabolicamente più attivo rispetto al tessuto adiposo sottocutaneo ed è associato a insulino-resistenza, infiammazione, dislipidemia e aumento del rischio cardiovascolare.

Con il solo BMI emerge un risultato apparentemente opposto

Quando i ricercatori hanno considerato esclusivamente il BMI, è emerso un quadro apparentemente paradossale.

Rispetto agli uomini normopeso, il rischio di mortalità è risultato inferiore del 46% negli uomini in sovrappeso e del 51% in quelli con obesità di classe I o II:

• sovrappeso: HR 0,54; IC 95% 0,45-0,66;

• obesità di classe I o II: HR 0,49; IC 95% 0,37-0,65.

Anche le donne in sovrappeso hanno mostrato una mortalità inferiore rispetto alle coetanee normopeso, con una riduzione del rischio del 27%:

• HR 0,73; IC 95% 0,61-0,88.

Questi risultati sembrerebbero indicare un effetto protettivo di un BMI più elevato nell’anziano, fenomeno spesso definito “paradosso dell’obesità”. Gli autori invitano però a non interpretare il dato come una dimostrazione che l’eccesso di tessuto adiposo protegga dalla mortalità.

Come si spiega il paradosso dell’obesità

Il BMI è calcolato dividendo il peso espresso in chilogrammi per il quadrato dell’altezza in metri. È una misura semplice ed economica, ma non distingue la massa grassa dalla massa muscolare e non indica dove il grasso è accumulato.

Due persone con lo stesso BMI possono quindi presentare composizioni corporee molto diverse: una può avere una buona massa muscolare e una ridotta adiposità viscerale, mentre l’altra può avere meno muscolo e un’importante concentrazione di grasso addominale.

Questa limitazione diventa particolarmente rilevante con l’avanzare dell’età, quando sono frequenti sarcopenia, riduzione della statura, redistribuzione del grasso e perdita involontaria di peso.

«Il modello osservato non dovrebbe essere interpretato come la dimostrazione che un eccesso di grasso corporeo sia necessariamente protettivo», ha spiegato Bryan Blissmer, coautore dello studio. «Il BMI non distingue la massa grassa dalla massa muscolare e non indica dove il grasso viene immagazzinato».

Secondo Blissmer, l’apparente paradosso può quindi riflettere almeno in parte le limitazioni del BMI utilizzato isolatamente. Un valore relativamente elevato può derivare dalla presenza di una maggiore massa muscolare o rappresentare una riserva nutrizionale, mentre un BMI basso può essere la conseguenza di fragilità, malattie croniche o perdita di massa magra.

Particolarmente rischiosa la combinazione tra BMI normale e vita elevata

L’analisi combinata delle due misure ha fornito uno dei risultati più interessanti. I partecipanti con BMI normale ma circonferenza della vita elevata presentavano un aumento significativo della mortalità rispetto ai coetanei normopeso senza adiposità addominale.

Il rischio risultava aumentato del 33% negli uomini e del 23% nelle donne:

• uomini: HR 1,33; IC 95% 1,08-1,65;

• donne: HR 1,23; IC 95% 1,03-1,47.

Si tratta di persone che, basandosi soltanto sul BMI, sarebbero considerate normopeso e quindi potenzialmente a basso rischio. La misurazione della circonferenza addominale identifica invece un fenotipo caratterizzato da un accumulo centrale di grasso che potrebbe passare inosservato.

Il risultato sostiene l’utilità di affiancare al BMI almeno una seconda misura antropometrica, come la circonferenza della vita, il rapporto vita-fianchi o il rapporto vita-altezza.

Il sottopeso come possibile segnale di fragilità

Lo studio ha evidenziato anche il rischio associato al sottopeso. Rispetto alle persone normopeso, gli anziani con BMI inferiore a 18,5 presentavano una mortalità quasi doppia, indipendentemente dalla circonferenza della vita:

• uomini: HR 1,91; IC 95% 1,46-2,51;

• donne: HR 1,97; IC 95% 1,57-2,48.

Un BMI basso o in diminuzione nell’anziano può riflettere perdita di massa muscolare, malnutrizione, fragilità o la presenza di una patologia sottostante. Per questo motivo, la perdita involontaria di peso dovrebbe essere valutata attentamente e non considerata automaticamente favorevole.

L’obiettivo clinico nell’anziano non dovrebbe dunque essere soltanto la riduzione del peso, ma il miglioramento della composizione corporea, con una diminuzione del grasso viscerale e il mantenimento della massa e della funzione muscolare.

Il BMI resta utile, ma non dovrebbe essere utilizzato da solo

Gli autori non propongono di abbandonare il BMI. Resta uno strumento economico e facilmente applicabile, particolarmente utile negli studi epidemiologici e nella valutazione iniziale della popolazione.

Il suo valore individuale deve però essere interpretato insieme ad altre informazioni: circonferenza della vita, andamento del peso nel tempo, massa muscolare, capacità funzionale, stato nutrizionale, comorbidità e fragilità.

Questa impostazione è coerente con le indicazioni della Commissione internazionale pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology, secondo la quale il BMI non dovrebbe essere utilizzato come unico criterio per diagnosticare l’obesità o determinarne le conseguenze cliniche.

La presenza di un eccesso di tessuto adiposo dovrebbe essere confermata con almeno un’altra misura antropometrica o mediante una valutazione diretta della composizione corporea. Tra gli strumenti disponibili figurano la circonferenza della vita, il rapporto vita-fianchi, il rapporto vita-altezza, la bioimpedenziometria e la densitometria a raggi X a doppia energia, o DEXA.

I limiti dello studio

Lo studio è osservazionale e non permette di stabilire un rapporto di causa-effetto. Non dimostra quindi che un BMI più elevato prolunghi la sopravvivenza, né che la sola riduzione della circonferenza addominale diminuisca automaticamente la mortalità.

Altezza e peso erano inoltre auto-riferiti, con la possibilità di errori di misurazione e classificazione. Non erano disponibili misure dirette e ripetute della massa muscolare e della distribuzione del tessuto adiposo, elementi che avrebbero potuto spiegare meglio le associazioni osservate.

Rimane anche il rischio di causalità inversa: malattie croniche, fragilità o condizioni ancora non diagnosticate possono determinare perdita di peso e, contemporaneamente, aumentare il rischio di morte.

Perché questo studio è importante

Lo studio dimostra che, negli anziani, un BMI normale non equivale necessariamente a un basso rischio e un BMI elevato non identifica automaticamente la condizione più pericolosa. La circonferenza della vita permette di riconoscere persone con adiposità viscerale che verrebbero considerate normopeso utilizzando soltanto il rapporto tra peso e altezza.

Nella pratica clinica si tratta di una misurazione semplice, economica e ripetibile, che può essere effettuata durante una normale visita. Associata alla valutazione della massa muscolare, della fragilità e dell’andamento ponderale, può offrire un quadro più realistico della salute metabolica dell’anziano.

Il messaggio non è che il sovrappeso sia protettivo, ma che il peso corporeo, considerato isolatamente, racconta soltanto una parte della storia.

Bibliografia

Xu F, Earp JE, Blissmer BJ, et al. Time-Varying Body Mass Index, Waist Circumference and All-Cause Mortality in US Adults Aged 65 or Older. Journal of the American Geriatrics Society. Pubblicato online il 19 agosto 2026. doi: 10.1111/jgs.70600.

George J. BMI Alone Questioned for Predicting Mortality Risk in Seniors. MedPage Today. 19 agosto 2026. Fonte.

Tratto da: Pharmastar, 21agosto 2026