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Diabete e salute mentale, il benessere psicologico č parte della cura

La gestione del diabete non dipende soltanto dalle terapie e dalle tecnologie disponibili. Stress, ansia e sintomi depressivi possono influenzare l’aderenza ai trattamenti e la qualità della vita.

Vivere con il diabete significa confrontarsi ogni giorno con decisioni che riguardano la propria salute: controllare la glicemia, seguire la terapia, gestire l’alimentazione e adattare le proprie abitudini alle esigenze della malattia. Un impegno quotidiano che può diventare particolarmente gravoso sul piano psicologico, soprattutto quando la gestione della patologia richiede un’attenzione costante. Il benessere mentale, in questo contesto, non è un aspetto secondario, ma una componente che può incidere sulla capacità di seguire correttamente i trattamenti e mantenere nel tempo le indicazioni terapeutiche. Eppure, l’aderenza alle cure resta una delle principali criticità nella gestione del diabete. Secondo l’ultimo rapporto OsMed dell’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), in Italia soltanto il 32,4% delle persone che utilizzano farmaci per il diabete li assume con regolarità. Inoltre, nel 2024, appena il 48,8% risultava ancora in trattamento dopo un anno, con una differenza tra uomini e donne: rispettivamente il 51,8% e il 45,1%. Dati che riportano al centro una questione fondamentale: per migliorare la gestione del diabete non basta disporre di farmaci efficaci e dispositivi innovativi. Occorre considerare anche le difficoltà psicologiche e comportamentali che possono accompagnare la convivenza con una malattia cronica.

Diabete e depressione, un legame da non sottovalutare

La dimensione psicologica assume un peso rilevante anche alla luce della diffusione dei sintomi depressivi tra le persone con diabete. Una revisione di 39 studi, pubblicata nel 2025 su Frontiers in Endocrinology, ha rilevato che circa una persona con diabete su tre presenta sintomi depressivi. La presenza di questi sintomi può rendere più difficile affrontare gli impegni quotidiani legati alla malattia e mantenere la continuità delle cure. Allo stesso tempo, trascurare il benessere psicologico può ripercuotersi sulla salute fisica, sulle relazioni personali e sulla capacità di lavorare o studiare. È il tema al centro delle riflessioni emerse in occasione della Giornata mondiale della salute mentale del 10 ottobre, durante il XXV Congresso nazionale della Società italiana metabolismo diabete obesità (SIMDO), svoltosi a Cagliari. “Trascurare la salute mentale non solo compromette la qualità della vita, ma influisce anche sulla salute fisica, sulle relazioni e sulla capacità di lavorare o studiare”, sottolinea Concetta Mezzatesta, psicologa e consigliera SIMDO. Da qui la necessità di ridurre lo stigma associato ai disturbi mentali e favorire l’accesso a servizi di prevenzione e supporto psicologico.

Il carico quotidiano della malattia e le difficoltà nell’aderenza

La gestione del diabete richiede un coinvolgimento costante della persona, anche quando sono disponibili strumenti tecnologici che semplificano il controllo della glicemia e la somministrazione dell’insulina. Lo stress legato alla malattia, la paura delle ipoglicemie e la necessità di prendere decisioni ripetute nel corso della giornata possono incidere sul rapporto con la terapia. In questo scenario, riconoscere le difficoltà psicologiche diventa importante per costruire percorsi di cura sostenibili nel tempo. Un esempio arriva dai sistemi ibridi ad ansa chiusa, spesso chiamati “pancreas artificiali”. Questi dispositivi collegano un sensore per il monitoraggio continuo della glicemia a un microinfusore, utilizzando un algoritmo per regolare automaticamente la somministrazione di insulina per gran parte della giornata. Ai pasti, tuttavia, è ancora necessario l’intervento della persona. Una revisione di 62 studi, condotti su oltre 9mila persone e pubblicata su eClinicalMedicine, ha associato l’utilizzo di questi sistemi a una riduzione dello stress legato al diabete e a una minore paura dell’ipoglicemia. La tecnologia può quindi alleggerire una parte del carico quotidiano, ma non elimina la necessità di un accompagnamento adeguato. Perché i dispositivi siano realmente utili, è importante che chi li utilizza ne comprenda il funzionamento e riesca a integrarli nella propria vita senza sviluppare un’eccessiva dipendenza dall’automazione o, al contrario, un bisogno continuo di controllo.

Quando la tecnologia non basta: il ruolo del supporto psicologico

L’impiego di dispositivi sempre più sofisticati introduce anche nuove sfide sul piano comportamentale. Tra i meccanismi descritti dagli esperti c’è il cosiddetto bias dell’automazione, cioè la tendenza a fidarsi eccessivamente di un sistema automatico, riducendo l’attenzione verso le verifiche che restano necessarie. All’estremo opposto, nelle persone con una componente ansiosa particolarmente marcata, il monitoraggio può diventare eccessivo, accompagnandosi a controlli ripetuti, consulti frequenti e tentativi di modificare le indicazioni terapeutiche. Secondo Andrea Piazzoli, psicologo con un dottorato in economia e consulente di economia comportamentale e trasformazione digitale, questi meccanismi possono influenzare il modo in cui le persone utilizzano i dispositivi e si rapportano alle decisioni terapeutiche. Comprenderli, spiega, può aiutare anche i professionisti sanitari a comunicare meglio le indicazioni e a favorire comportamenti più appropriati. Il supporto psicologico può contribuire proprio a trovare un equilibrio tra fiducia nella tecnologia e consapevolezza del proprio ruolo nella gestione della malattia. “Quando si inizia a usare un sistema ibrido, il lavoro dello psicologo è aiutare la persona a trovare il giusto equilibrio: fidarsi del dispositivo senza smettere di occuparsi della propria salute”, spiega Maria Antonietta Taras, psicologa e componente del consiglio direttivo SIMDO. E aggiunge: “La qualità di vita non è un obiettivo che viene dopo la terapia: è una delle condizioni perché la terapia funzioni”.

Una cura più efficace parte anche dall’ascolto

La difficoltà nel seguire una terapia non dovrebbe essere interpretata automaticamente come una mancanza di volontà o di responsabilità. Possono entrare in gioco numerosi fattori: la complessità del trattamento, le abitudini quotidiane, le convinzioni personali, le difficoltà emotive e il modo in cui vengono comprese le indicazioni ricevute. L’economia comportamentale ha individuato oltre 140 bias, ossia distorsioni cognitive che possono influenzare le decisioni. Conoscerli può aiutare i professionisti a individuare modalità di comunicazione più efficaci e a costruire percorsi terapeutici più vicini alle esigenze della persona. Per questo, secondo gli esperti riuniti al congresso SIMDO, è importante superare un approccio alla cura concentrato esclusivamente sui parametri clinici e considerare anche il benessere psicologico, le difficoltà quotidiane e la qualità della vita. “I nuovi dispositivi hanno migliorato la vita di molte persone con diabete, ma non sostituiscono la relazione di cura”, sottolinea Giancarlo Tonolo, presidente nazionale SIMDO e del congresso. Integrare diabetologi, psicologi, infermieri e nutrizionisti significa quindi riconoscere che la gestione del diabete coinvolge più dimensioni della salute. Prevenire il disagio psicologico, intercettare i sintomi depressivi e rendere accessibile il sostegno possono contribuire a migliorare l’esperienza di cura e favorire una maggiore continuità terapeutica. L’obiettivo non è soltanto ottenere un migliore controllo glicemico, ma permettere alle persone di convivere con il diabete senza che la malattia assorba ogni aspetto della vita quotidiana. Perché una terapia, per essere efficace nel tempo, deve essere non soltanto appropriata dal punto di vista clinico, ma anche sostenibile per chi la segue.

Tratto da: Sanità Informazione, I.F., 13 ottobre 2026