5permille
5x1000
A te non costa nulla, per noi è importante!
C.F. 98152160176

Come si cura l’arteriopatia periferica?

L’arteriopatia periferica è una condizione che colpisce il sistema circolatorio, caratterizzata dalla riduzione dell’afflusso di sangue (e ossigeno) alle arterie di braccia e gambe. Tende a svilupparsi con l’età anche se esistono alcuni fattori, come il fumo di sigaretta, la sedentarietà o la presenza di patologie come il diabete, che possono aumentarne il rischio anche nei soggetti più giovani.

Trattarla per tempo è importante non solo perché può avere effetti dannosi sull’arto colpito ma perché può aumentare anche il rischio di sviluppare condizioni come infarto e ictus.

Lo abbiamo chiesto al dottor Marcello Ghezzi, chirurgo vascolare presso l’ambulatorio di Chirurgia Vascolare di Humanitas Medical Care Arese.

Come si manifesta l’arteriopatia periferica?

L’arteriopatia periferica si presenta in forme più o meno gravi.

I principali campanelli d’allarme possono essere, in ordine crescente:

  • dolore muscolare ad un arto durante il movimento, per esempio un’attività sportiva. Sono colpiti in prevalenza gli arti inferiori.
  • intorpidimento e/o debolezza dell’arto
  • cambiamento di colore dell’arto
  • ipotermia cutanea con alcune aree più fredde e cianotiche
  • pelle lucida (con ritardi nella crescita dei peli o delle unghie)
  • dolore anche a riposo e comparsa di lesioni trofiche (piaghe) nei casi più gravi
  • nel maschio si può verificare anche un quadro di disfunzione erettile.

Nelle forme meno gravi ed iniziali la malattia può essere asintomatica o avere una sintomatologia lieve, caratterizzata da saltuari episodi di dolore e deficit muscolare specie durante sforzi intensi.

Quali sono i principali fattori di rischio dell’arteriopatia periferica?

Il principale fattore di rischio dell’arteriopatia periferica è l’aterosclerosi (placche

all’interno delle arterie, che ne riducono il calibro e possono determinare modificazioni del flusso ematico). Le altre cause, non meno importanti della prima sono:

  • età (le persone sopra i 50 anni hanno un rischio maggiore di sviluppare la malattia)
  • sesso maschile
  • fumo
  • diabete
  • ipertensione arteriosa
  • alti livelli di colesterolo, trigliceridi, omocisteina (aminoacido)
  • sovrappeso, obesità e abitudini di vita sedentarie

A quali conseguenze può portare l’arteriopatia periferica?

Come detto prima, la riduzione dell’apporto ematico e pertanto la variazione in negativo dell’ossigenazione, inducono una sofferenza nei tessuti interessati, che a vari livelli determina gli stadi della malattia: dai casi più lievi e ancora non sintomatici, ai casi più avanzati, dove il rischio di perdere l’arto è molto elevato.

Quando devo andare dal medico?

Qualora si verificassero episodi di dolore ad un arto o fenomeni di riduzione della temperatura cutanea periferica nell’arto interessato, è necessario ricorrere al proprio Medico di Medicina Generale, che indirizzerà il paziente alle indicate Consulenze Specialistiche.

Come viene diagnosticata l’arteriopatia periferica?

La malattia è molto semplicemente diagnosticata, ad un primo livello, con l’esame clinico degli arti: ispezione del trofismo cutaneo e della temperatura, percezione delle pulsazioni arteriose.

Nel caso venisse riscontrata la mancanza dei polsi, il Medico invierà il paziente al Chirurgo Vascolare che provvederà con l’Ecocolordoppler a localizzare le lesioni arteriose.

I continui progressi tecnologici permettono al giorno d’oggi di ottenere indagini ultrasonografiche di ottima qualità con la maggior parte delle apparecchiature disponibili, rendendo pertanto più affidabile la determinazione del danno arterioso senza ricorrere necessariamente a procedure più invasive e rischiose, che verranno comunque riservate ai casi più impegnativi.

Come può essere trattata l’arteriopatia periferica?

È sempre importante procedere per gradi, valutando attentamente lo stadio della malattia per poter procedere alle corrette indicazioni terapeutiche.

Alla base di ogni cura è fondamentale un’adeguata modificazione dello stile di vita, in associazione alla stima degli esistenti fattori di rischio, intervenendo sull’incremento della mobilizzazione attiva, sulla riduzione del peso, l’abolizione del fumo, la dieta e la corretta idratazione, quest’ultima molto importante e spesso sottovalutata.

Negli stadi iniziali di malattia, dove le manifestazioni sintomatologiche sono più lievi, spesso le raccomandazioni sopra esposte, unitamente alla terapia con i farmaci cosiddetti antiaggreganti, che agiscono migliorando la fluidità ematica (es. CardioAspirina), sono già sufficienti ad ottenere un apprezzabile miglioramento.

Nelle forme via via più impegnative le indicazioni ai vari trattamenti saranno personalizzate tenendo conto della localizzazione delle lesioni e delle patologie che in linea generale possiamo avere in associazione alle arteriopatie: diabete, ipertensione, cardiopatie, dislipidemie, insufficienza renale ecc.

L’obiettivo principale del Chirurgo Vascolare è volto all’eliminazione o alla correzione degli ostacoli nelle arterie che determinano la riduzione del contributo ematico e quindi di ossigeno.

In linea generale le tecniche endovascolari sono preferibili alle procedure chirurgiche tradizionali. A pari risultati sono meno invasive, condotte in anestesia locale, con minimo ricovero. In pratica l’intervento consiste nel dilatare il tratto ristretto o ostruito, con dispositivi che vengono introdotti direttamente nell’arteria malata sotto guida radiografica. A differenza di un intervento chirurgico di tipo “tradizionale” che necessita di incisioni della cute, dei piani sottostanti e delle pareti arteriose, la tecnica endovascolare non prevede nessuna incisione, nessuna sutura e nessun dolore postoperatorio causato dalle ferite, favorendo un migliore decorso postoperatorio con una più rapida ripresa funzionale.

L’operatore, sulle indicazioni fornite dal quadro clinico generale e locale, in ottemperanza alle correnti linee-guida, sceglierà il trattamento più idoneo per il paziente.

Concludendo questa esposizione, si rende tuttavia necessario ricordare quanto è stato detto all’inizio; la correzione adeguata dello stile di vita rappresenta una fondamentale raccomandazione: se non si riducono o meglio si eliminano i fattori di rischio cosiddetti “modificabili” primo fra tutti l’abitudine al fumo, le probabilità di un successo terapeutico duraturo – dopo un iniziale miglioramento – diminuiscono sensibilmente.

Tratto da: Humanitas Care, 25 luglio 2023