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Il dolore «non detto» non è dolore a metà

 

Gli anziani con demenza grave non sono in grado di esprimere il livello di sofferenza fisica che li fa star male. Un progetto di ricerca alla Rsa Mazzocchi di Coccaglio ha dimostrato che la lettura è possibile se tutti gli operatori utilizzano lo stesso linguaggio
Non c’è nulla di filosofico nel titolo «il dolore non detto», filo rosso di collegamento tra i diversi metodi di lettura del dolore, soprattutto quando chi cura è costretto ad interpretarne i segni. Una opportunità di indagine e di conoscenza - dal dolore dei neonati, a quello dei pazienti in coma, fino al dolore negli animali - è stata fornita a Coccaglio durante la presentazione dei primi risultati del progetto di rilevazione e cura del dolore nei pazienti con demenza grave ricoverati nella Rsa della Fondazione Mazzocchi presieduta da Alberto Facchetti.
L’idea del progetto - coordinato dal geriatra Simone Franzoni - è nata dall’osservazione della realtà: il 40-80% degli anziani a domicilio non riceve cura per il dolore; e nemmeno il 16-27% di coloro che vivono in ospedali o case di riposo; e neppure il 25% di coloro che sono malati di cancro.
Ancora, nelle Residenze sanitarie assistenziali vive la maggior parte di persone con dolore non controllato. Nel caso dei pazienti dementi, è accertato che «solo» uno su quattro ha dolore, ma non sempre riceve terapie adeguate, proprio perché non è in grado di comunicare il suo dolore e, chi lo ascolta, non sempre è in grado di capire. Qual è la conseguenza di tutto ciò? Una mancata valutazione del dolore porta ad uno scarso o inadeguato trattamento e, quel che è peggio, è che un dolore non alleviato ma alleviabile genera sofferenza inutile. E non c’è nulla di filosofico: la sofferenza è fisica ed il dolore diventa «padrone» dell’esistenza anche di coloro che non lo sanno esprimere. Ed ai quali, spesso, viene data una risposta sbagliata, con farmaci che a tutto servono tranne che ad alleviare o a togliere il dolore fisico. Spesso, infatti, il processo di cura del dolore in persone che non possono esprimersi si blocca nella fase di rilevazione, perché basata sulla difficile interpretazione dei segni del dolore, ovvero sulle alterazioni comportamentali.
La collaborazione tra operatori
Che fare? «La cura del dolore nei pazienti con demenza grave richiede una intensa collaborazione tra medici, infermieri e famigliari per cercare di capire i segni espressivi e comportamentali del dolore stesso. In casa di riposo non è pratica comune indagare se il paziente demente ha dolore e verificare se con adeguati analgesici si ottiene una riduzione dei disturbi del comportamento - spiega il dott. Simone Franzoni -. La mancanza di questa attenzione verso il dolore spesso causa un eccessivo ricorso a farmaci sedativi, basato sulla falsa convinzione che i disturbi comportamentali siano espressione della demenza e non di una sofferenza inespressa».
Si può «vedere» il dolore? «Certamente sì, ma serve un metodo di osservazione e registrazione che renda uniforme la capacità di lettura delle persone che li curano: si tratta di un problema tipico delle Rsa perché a domicilio la fonte delle informazioni è facilmente sintonizzabile con il medico o l’infermiere. Quando si ha a che fare con più occhi che guardano è invece necessario adottare le stesse lenti, ovvero una scala di valutazione osservazionale del dolore che registri le espressioni del volto, i movimenti e i comportamenti - continua Franzoni -. I limiti di questi strumenti sono la necessità di conoscere a fondo il paziente e la consapevolezza da parte degli operatori dell’importanza del loro ruolo. Gli operatori delle Rsa sono in difficoltà a trovare il tempo per adottare nuovi protocolli di valutazione e l’idea di una scala per registrare i segni del dolore, pur condivisa dal punto di vista umano, trova scarsa realizzazione quotidiana. La formazione per vedere e capire i segni del dolore non detto è quindi assolutamente necessaria: la sofferenza che non ha voce deve essere al centro delle attenzioni e delle cure».
Per sei mesi quindici pazienti anziani sono stati seguiti adottando la scala di valutazione del dolore «Doloplus2». Al termine dell’osservazione, è risultato che nel 27% dei casi vi è stata una significativa riduzione del dolore; nel 7% un significativo incremento e nel 66% il punteggio è rimasto stabile.
Nello stesso periodo è stata adottata anche la NRS, una scala numerica da 1 a 10 dell’intensità del dolore. Innanzitutto, gli operatori hanno rilevato che il sabato e la domenica (quando, in genere, gli anziani ricevono visite da parenti stretti) si assiste ad una deflessione del dolore. Ancora, il 10% ha avuto dolore costante durante tutto il periodo di osservazione; il 40% non ha mai sofferto e il 20%, invece, il dolore è stato alternato da periodi di «benessere».
Risultati del progetto
«Da questa indagine possiamo dedurre che è possibile valutare la sofferenza e il dolore nel paziente con demenza avanzata, purché il metodo di valutazione sia acquisito e condiviso da tutti gli operatori: dovrebbe diventare un indicatore, come quello che viene universalmente adottato quando si misura la glicemia; se i valori sono alti, bisogna intervenire», spiega Franzoni.
La conoscenza degli strumenti di valutazione dovrebbe portare, ora, ad una seconda fase di intervento: innanzitutto, la semplificazione di tali strumenti sì da renderli naturalmente utilizzabili dagli operatori; poi, la pianificazione della cura con la contemporanea registrazione del sintomo, della terapia antalgica e, di conseguenza, della riduzione dei sedativi.
Tratto da: Giornale di Brescia, Anna Della Moretta, 21 dicembre 2009