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Prima di andare in spiaggia, ultime novità sul Covid

Sicuri i luoghi all’aperto, utili l’abbronzatura e la vitamina D. Studio Inaf sui raggi ultravioletti. Ricerca inglese segnala il rischio che il coronavirus causi un diabete “giovanile”, che però in questo caso colpisce gli anziani. Un appello sul “New England Journal”, prima firma l’italiano Francesco Rubino del King’s College di Londra.

Adesso sappiamo che (chi può permetterselo) andrà al mare o in montagna. Conosciamo anche le misure anti-Covid che dovranno rispettare gli stabilimenti balneari, gli alberghi e i ristoranti. Speciale cautela ci vorrà nelle discoteche e in ogni situazione che generi affollamento (cabinovie, parchi-giochi, apericena…). Per gli abbronzatura-dipendenti, è rassicurante il parere degli infettivologi: il rischio di imbattersi nel virus sulla spiaggia è davvero piccolo.

La “cura del Sole”

A incoraggiare l’esposizione al sole concorrono motivi sanitari. I raggi ultravioletti del Sole sono necessari per attivare la vitamina D, della quale quasi tutti siamo carenti, specialmente alla fine dell’inverno, proprio perché di solito viviamo al chiuso e usciamo vestiti. In più, sono appena stati pubblicati dati interessanti sul potere anti-Covid, e in genere antibatterico e antivirale, dei raggi ultravioletti, e qui servirà qualche precisazione. C’è infine una importante ricerca in via di pubblicazione che non ha a che fare con le vacanze ma con il rischio Covid come possibile causa di diabete di tipo 1, o “diabete giovanile”, in persone mature e anziane. E non è che questo sia un modo per ringiovanire, anzi…

L’utilità della vitamina D nel contrasto alla malattia da Covid al momento è suggerita da alcuni studi ma ha ancora bisogno di approfondimento. Nuove ricerche sono in corso, anche nel nostro paese. In ogni caso, considerando la diffusa carenza di vitamina D, assumerne una giusta dose dopo aver consultato il medico non farà male, e l’esposizione al Sole in spiaggia o in montagna ne completerà l’opera benefica.

Tre tipi di raggi ultravioletti

Raggi ultravioletti. Il Sole brilla di luce visibile, che va dal violetto al rosso: ce lo dice anche l’arcobaleno. La massima emissione avviene intorno al colore verde. Al di là del violetto c’è l’ultravioletto (ovvio…). L’ultravioletto i nostri occhi non lo vedono. La fisica però ci insegna che ne esistono tre tipi – Uva, Uvb e Uvc – che si incontrano via via che ci si allontana dal violetto verso radiazioni a più breve lunghezza d’onda e quindi con più energia.

Gli Uva sono quelli che ci abbronzano e non fanno danni alla pelle se si adottano protezioni commisurate alla nostra personale sensibilità. Inoltre attivano la vitamina D, il che è un bene. Ciò accade anche con gli Uvb, che però riescono a danneggiare il DNA delle nostre cellule e quindi sono potenzialmente cancerogeni. Molto pericolosi sono gli Uvc, che con la loro energia spezzano facilmente i legami chimici dei tessuti biologici. Dagli Uvc però ci scherma l’atmosfera, e in particolare lo strato di ozono distribuito nella stratosfera. L’ozono è una forma molecolare dell’ossigeno: il più comune è una molecola costituita da due atomi di questo elemento, nell’ozono gli atomi di ossigeno sono tre. Se tutto l’ozono fosse portato alla pressione atmosferica del livello del mare, formerebbe uno strato spesso 3 millimetri: eppure è questo esile scudo a rendere possibile la vita sulla Terra.

Il Covid distrutto dagli Uvc

Si è verificato in questi giorni che gli ultravioletti Uvc sono in grado di distruggere il Covid. Lo studio è dell’Inaf, Istituto nazionale di astrofisica, in collegamento con l’Università di Milano, l’Istituto dei Tumori e il Don Gnocchi.

Il lavoro sperimentale ha permesso di stabilire il livello di illuminazione necessario per inattivare il virus. I test dicono che una piccola dose di Uvc (3,7 mJ per centimetro quadrato), equivalente a quella erogata per qualche secondo da una normale lampada Uvc posta a qualche centimetro dal bersaglio, è sufficiente per diminuire di mille volte la riproduzione del virus, indipendentemente dalla sua concentrazione. Una irradiazione 4 volte maggiore azzera qualsiasi concentrazione di Covid 19. Andrea Bianco dell’Inaf-Osservatorio astronomico di Brera, è primo autore dello studio, al momento consultabile in un preprint sull’archivio internazionale medrxiv, in attesa di essere accettato per la pubblicazione.

Attacco al pancreas

L’altra importante novità sul Covid ci arriva dal Regno Unito e riguarda il rischio di diabete. Tra i ricercatori che hanno condotto lo studio – pubblicato sull’autorevole “New England Journal” – spicca con la prima firma l’italiano Francesco Rubino del King’s College di Londra (francesco.rubino@kcl.ac.uk).

Piccola premessa. Esistono due tipi di diabete: il Tipo 2, che si sviluppa in età avanzata e di solito si tiene a bada con la dieta e farmaci orali per abbassare la glicemia; e il Tipo 1, che si sviluppa tra la nascita e l’adolescenza e richiede l’iniezione di insulina ad ogni pasto per tutta la vita. L’insulina è prodotta dal nostro pancreas, e precisamente dalle sue cellule chiamate “insule di Langerhans”. Sappiamo ormai da molto tempo che il diabete di Tipo 1 esplode per una reazione autoimmune che distrugge appunto le “insule”.

Il Covid 19 si manifesta come malattia delle vie respiratorie – bronchi, polmoni – ma si sviluppa come malattia sistemica che colpisce i neuroni dell’olfatto, fegato, reni, pancreas e in pratica tutti gli organi colpendoli con una violenta reazione infiammatoria. È dunque possibile che distrugga le insule del pancreas, e a questo punto il paziente, qualsiasi età abbia, ma specie se anziano, si ritroverà con un diabete di Tipo 1, il cosiddetto “diabete giovanile”, cronico e insulino-dipendente.

Registro mondiale diabete-Covid

“Abbiamo lanciato a questo proposito – mi scrive Francesco Rubino – un consorzio di ricerca internazionale coinvolgendo alcuni fra i più autorevoli diabetologi nel mondo. Il consorzio ha istituito un Registro mondiale dei nuovi casi di diabete indotti da Covid 19 e speriamo con questa iniziativa di riuscire a capirne di più in modo da poter informare i clinici e le autorità di sanità pubblica. La notizia è stata ripresa da riviste e giornali nel Regno Unito e nel resto del mondo (Telegraph, Daily Mail, Newsweek) ma non ha ancora avuto la giusta attenzione in Italia”.

Tratto da: La Stampa Scienza, Piero Bianucci, 17 giugno 2020