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Alzheimer, cosa cambia con i nuovi farmaci e la diagnosi precoce

Data di pubblicazione: 07/04/2026

Camminare 7.000 passi al giorno, dormire tra le sette e le otto ore a notte, seguire la dieta mediterranea e vaccinarsi contro l'herpes zoster. Non sono consigli generici sul benessere, ma sono tutte strategie che la ricerca associa a una riduzione misurabile del rischio di Alzheimer. Nel frattempo, due nuovi farmaci, lecanemab e donanemab, promettono di rallentare la malattia, ma per ora non sono ancora rimborsabili. E presto potrebbe diventare possibile identificare il rischio di Alzheimer con un semplice prelievo di sangue, anni prima che compaiano i primi sintomi.

I nuovi farmaci: cosa fanno e perché non sono ancora rimborsati

Lecanemab e donanemab sono anticorpi monoclonali, proteine prodotte in laboratorio per agire su un bersaglio specifico. In questo caso la beta-amiloide, una proteina che nei pazienti con Alzheimer si accumula nel cervello formando aggregati tossici che compromettono la comunicazione tra i neuroni.

Entrambi i farmaci agiscono rimuovendo questi depositi e, negli studi clinici, hanno dimostrato di rallentare la progressione della malattia. Non la fermano, non la invertono, ma guadagnano tempo. Un risultato importante, ma limitato a specifici profili di pazienti, con possibili effetti collaterali e costi elevati.

La Commissione scientifica ed economica dell'AIFA ha deciso di non ammettere questi farmaci alla rimborsabilità. Un dibattito destinato a riaprirsi nei prossimi mesi, mentre altri paesi europei stanno ancora valutando le proprie posizioni.

«I nuovi farmaci rappresentano un passo avanti importante, ma non risolutivo», spiega Carlo Serrati, Presidente eletto dell'AIP. «Non siamo di fronte a una cura definitiva: questi trattamenti rallentano la progressione della malattia e richiedono una profonda riorganizzazione del sistema sanitario, a partire dalla diagnosi precoce fino alla gestione dei pazienti nel tempo».

La diagnosi precoce: presto un esame del sangue potrebbe bastare

Accanto ai farmaci, la ricerca sta facendo passi avanti sul fronte diagnostico. Diventa sempre più realistico individuare il rischio di Alzheimer attraverso un semplice esame del sangue, misurando i livelli di biomarcatori come la beta-amiloide e la proteina tau. Entrambe si alterano nel cervello anni prima che compaiano i sintomi cognitivi.

Ciò significa che, in futuro, potrebbe essere possibile intervenire in una fase in cui la malattia non ha ancora causato danni irreversibili. Un cambio di prospettiva radicale rispetto all'oggi, dove la diagnosi arriva quasi sempre quando i sintomi sono già evidenti.

Ma questo porta con sé sfide organizzative non banali. «Identificare precocemente i pazienti significa dover ripensare l'intero percorso assistenziale, oggi ancora largamente incentrato su una medicina ospedaliera non più adeguata alla gestione delle malattie croniche», sottolinea Angelo Bianchetti, Segretario Scientifico AIP. «Serve una rete territoriale forte, che coinvolga famiglie, caregiver e servizi sociali».

Prevenire l'Alzheimer: cosa dice la ricerca

Secondo le evidenze scientifiche più recenti, fino al 40% dei casi di demenza sarebbe potenzialmente prevenibile intervenendo sui fattori di rischio modificabili. E i fattori su cui si può agire concretamente sono più di quanti si pensi.

Attività fisica. Camminare regolarmente intorno ai 7.000 passi al giorno è stato associato a una riduzione del carico di beta-amiloide nel cervello e a un ritardo nella comparsa dei sintomi cognitivi anche di diversi anni.

Sonno. Durante il sonno, il cervello attiva un sistema di pulizia che elimina le proteine tossiche accumulate durante la veglia. Dormire meno di sei-sette ore o più di otto-nove è associato a un aumento del rischio. La durata ottimale è tra le sette e le otto ore.

Dieta mediterranea. I dati di una revisione pubblicata su Geroscience nel 2025 indicano una riduzione del rischio di declino cognitivo compresa tra l'11% e il 30% per chi segue questo modello alimentare.

Vaccinazioni. Un dato meno noto, ma emergente: alcune vaccinazioni routinarie, in particolare contro herpes zoster, influenza e pneumococco, sono state associate a una riduzione del rischio di demenza fino al 40%, secondo uno studio pubblicato su Nature Communications nel 2026.

Il rischio sommerso: quasi nessuno sa di averlo

In questo contesto, la prevenzione assume un ruolo strategico. Il progetto PREVE.D.I. (Prevenzione Demenze e Ictus), promosso dall'AIP e coordinato da Serrati, ha coinvolto finora circa 700 persone con un tasso di adesione superiore al 95%. I risultati parlano da sé: quasi tutti i partecipanti presentavano almeno un fattore di rischio per demenza o ictus, spesso senza esserne consapevoli.

«Esiste una quota rilevante di rischio sommerso», spiega Serrati. «Questi dati dimostrano che la prevenzione deve diventare un pilastro delle politiche sanitarie, non un intervento accessorio».

Il contesto demografico: invecchiare non significa ammalarsi

In Italia il 24% della popolazione ha più di 65 anni e l'8% supera gli 80. Numeri che sono destinati a crescere. Ma due terzi degli anziani sono ancora autosufficienti, un dato che vale la pena tenere presente perché il rischio è quello di associare automaticamente l'età avanzata alla malattia.

«La fragilità non è inevitabile: può essere prevenuta e rallentata, se si interviene in tempo», ricorda Bianchetti. Contrastare l'ageismo, cioè la tendenza a svalutare o ignorare le persone in base all'età, e promuovere un invecchiamento attivo non sono obiettivi astratti: hanno implicazioni dirette sulle politiche sanitarie e sulla qualità della vita di milioni di persone.

Tratto da: Dica33, 07 marzo 2026


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