Diabete, non basta abbassare la glicemia: la sfida č evitare le complicanze
In Italia la malattia riguarda il 6,4% della popolazione. Occhi, reni, cuore e nervi possono essere colpiti nel tempo, ma prevenzione e presa in carico possono ridurre il rischio. Pisanti: “Serve una rete assistenziale socio-sanitaria”
Il diabete non è soltanto una glicemia troppo alta. Il problema emerge soprattutto nel tempo, quando una malattia apparentemente sotto controllo può danneggiare cuore, vasi sanguigni, reni, occhi e nervi. Ed è proprio qui che si gioca una delle principali sfide per il Servizio sanitario: evitare che una diagnosi gestibile si trasformi, negli anni, in una sequenza di complicanze. In Italia il problema è diventato sempre più rilevante. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2025 il 6,4% della popolazione dichiarava di avere il diabete, contro il 2,9% del 1980. Una crescita spiegata solo in parte dall'invecchiamento della popolazione.
Il diabete può fare danni prima che ce ne accorgiamo
Una delle difficoltà è proprio la percezione della malattia. “C'è una scarsa cultura della gravità della malattia”, spiega Paola Pisanti, esperta di politiche sanitarie e cronicità. “Bisogna prima di tutto creare la cultura, senza terrorismo, dell'importanza della patologia, della cura da parte delle persone e anche dello stile di vita nel caso del diabete di tipo 2”.
Il punto è particolarmente importante perché il diabete di tipo 2 può rimanere a lungo silenzioso. I dati PASSI 2023-2024 indicano che poco meno del 5% degli italiani tra 18 e 69 anni riferisce una diagnosi, con una prevalenza maggiore con l'aumentare dell'età e tra le persone socialmente ed economicamente più svantaggiate. E tra i 35-74enni sottoposti agli esami dell'Italian Health Examination Survey 2023-2024, il diabete è stato rilevato nel 9% degli uomini e nel 7% delle donne. Una parte delle persone risultate diabetiche non sapeva di esserlo.
Dalla retina al cuore: perché prevenire le complicanze conta
Nel diabete di tipo 2 le conseguenze croniche possono interessare praticamente tutto l'organismo. Tra quelle riconosciute dall'Istituto superiore di sanità ci sono retinopatia, nefropatia, neuropatia e malattie cardiovascolari. È su questo fronte che diagnosi, controlli e aderenza alle terapie possono fare una differenza sostanziale. “In realtà tutte le complicanze potrebbero essere evitate o almeno rallentate nell'evoluzione una volta che arrivano”, sottolinea Pisanti. “Con una buona cura, osservando tutte le indicazioni, è possibile prevenire o ritardare molte complicanze”.
Il concetto non significa che ogni complicanza sia sempre evitabile nel singolo paziente, ma che una gestione appropriata può ridurne il rischio o ritardarne la comparsa. I dati italiani mostrano quanto pesi anche l'organizzazione dell'assistenza: nel 2024 il tasso di ricovero per complicanze diabetiche a breve e lungo termine è stato di 3,1 ogni 10mila abitanti, con fortissime differenze territoriali, da 0,8 a 6,8 per 10mila nelle aree considerate.
Curare la persona, non soltanto la glicemia
È qui che il diabete diventa anche una questione di organizzazione sanitaria. Controllare glicemia ed emoglobina glicata è fondamentale, ma una malattia cronica richiede continuità tra medico di famiglia, diabetologo, altri specialisti e servizi territoriali. "I modelli organizzativi, finché sono settoriali, cioè ogni settore lavora indipendentemente dall'altro, non potranno mai creare un percorso di diagnosi e cura sia in ambito clinico che in ambito sociale”, osserva Pisanti.
La direzione indicata è quella di una presa in carico che continui anche fuori dall'ambulatorio: “La spinta che noi stiamo dando è di creare una rete assistenziale socio-sanitaria, in modo tale che ognuno nel suo settore possa andare incontro alle necessità cliniche, ma anche alle fragilità sociali della persona”.
Un modello che, secondo Pisanti, dovrebbe andare oltre lo stesso diabete e diventare il paradigma delle malattie croniche: “Seguire la persona nella sua quotidianità; creare una stretta relazione fra sanitario e sociale”, accompagnando tutto questo con “una comunicazione corretta alla popolazione, attraverso l'educazione sanitaria e l'educazione terapeutica strutturata alle persone con patologie croniche”.
Perché il vero risultato, nel diabete, non è soltanto avere un valore migliore nelle analisi. È fare in modo che, anni dopo la diagnosi, quella persona abbia evitato o ritardato il più possibile infarti, danni renali, perdita della vista, neuropatie e altre conseguenze che possono cambiare radicalmente la qualità della vita.
Tratto da: Mondosanità, Liliana Carbone, 18 settembre 2026
