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Demenza, i farmaci contro il colesterolo potrebbero proteggere anche il cervello

Rischio più basso del 15%Ma quanto è concreto questo beneficio e che cosa possiamo fare per proteggere la memoria?

Un farmaco utilizzato da milioni di persone per abbassare il colesterolo potrebbe avere un beneficio anche per il cervello. È quanto suggerisce una nuova ricerca pubblicata su The Lancet Regional Health – Europe, che ha studiato il rapporto tra statine, diabete di tipo 2 e rischio di sviluppare demenza.

Il risultato più interessante riguarda il momento in cui si comincia la terapia: nelle persone che avevano iniziato ad assumere statine entro un anno dalla diagnosi di diabete, il rischio di demenza a dieci anni è risultato inferiore del 15% rispetto a chi non aveva iniziato il trattamento nei primi cinque anni.

Per capire perché gli scienziati si interessano a questa possibilità bisogna partire da un legame ormai ben conosciuto: quello tra salute cardiovascolare e salute del cervello.

Il diabete di tipo 2 è una malattia nella quale l’organismo non riesce a utilizzare correttamente l’insulina, l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule. Di conseguenza, lo zucchero nel sangue tende ad aumentare.

Nel tempo, soprattutto quando non è adeguatamente controllato, il diabete può danneggiare i vasi sanguigni e aumentare il rischio di infarto, ictus e problemi circolatori. Anche il cervello dipende da una rete di piccoli vasi che devono portare continuamente ossigeno e sostanze nutritive alle cellule nervose.

Quando questa rete si danneggia, possono risentirne anche la memoria, l’attenzione e altre capacità cognitive.

Le statine, farmaci utilizzati per ridurre il colesterolo LDL, quello comunemente chiamato cattivo, aiutano a prevenire le malattie cardiovascolari nelle persone per le quali sono indicate. Da tempo i ricercatori si chiedono se questa protezione possa tradursi anche in un minor rischio di demenza.

Il nuovo studio ha analizzato i registri sanitari nazionali della Danimarca, seguendo 132.585 persone che avevano ricevuto una diagnosi di diabete di tipo 2 tra il 2006 e il 2019 e che non assumevano statine all’inizio.

I ricercatori hanno confrontato tre situazioni: persone che avevano iniziato la terapia entro un anno dalla diagnosi, persone che l’avevano iniziata tra uno e cinque anni dopo e persone che non l’avevano iniziata nei primi cinque anni.

Durante un periodo di osservazione mediano di 7,1 anni, 3.592 partecipanti hanno sviluppato una forma di demenza, pari al 2,7% del totale.

Attraverso un’analisi statistica, gli scienziati hanno poi stimato il rischio di demenza a dieci anni.

Tra chi non aveva iniziato le statine nei primi cinque anni, il rischio stimato era del 3,9%. Scendeva al 3,5% tra chi aveva cominciato il trattamento più tardi e al 3,3% tra chi lo aveva iniziato entro il primo anno.

La differenza tra il primo e l’ultimo gruppo corrisponde a una riduzione relativa del rischio del 15%.

È importante capire bene questo numero. Non significa che su 100 persone trattate, 15 eviteranno la demenza grazie al farmaco.

In termini assoluti, la differenza osservata è stata di circa 0,6 punti percentuali: poco meno di sei casi di demenza in meno ogni mille persone nell’arco di dieci anni, secondo le stime dello studio.

Il dato è interessante soprattutto perché riguarda una popolazione già esposta a un maggiore rischio cardiovascolare e metabolico.

Ma perché iniziare prima potrebbe fare la differenza?

Una possibile spiegazione è che proteggere i vasi sanguigni fin dalle prime fasi del diabete contribuisca a limitare i danni che, nel corso degli anni, possono interessare anche il cervello.

È un’ipotesi biologicamente plausibile, non una spiegazione dimostrata da questa ricerca.

Chi assume statine potrebbe infatti differire da chi non le assume anche per altri aspetti: controlli medici più frequenti, maggiore attenzione alla prevenzione, caratteristiche cliniche o abitudini di vita.

I ricercatori hanno utilizzato metodi statistici avanzati per ridurre queste differenze, ma non possono eliminarle completamente.

C’è inoltre un altro elemento da considerare. Una revisione pubblicata nel 2025 su Age and Ageing, che ha riunito i risultati di studi clinici randomizzati sulle terapie per abbassare il colesterolo, non ha trovato una riduzione statisticamente significativa dei nuovi casi di demenza o deterioramento cognitivo.

Questo non smentisce automaticamente lo studio danese: le ricerche hanno popolazioni, durata e metodi differenti. Ma dimostra che, al momento, non abbiamo prove sufficienti per affermare che assumere statine prevenga la demenza.

Che cosa cambia, allora, per una persona con diabete?

La prima indicazione è non considerare il colesterolo un problema separato dalla salute generale. Controllare glicemia, pressione arteriosa e colesterolo significa proteggere il cuore e i vasi sanguigni, compresi quelli che portano sangue al cervello.

Le statine sono già raccomandate a molte persone con diabete sulla base dell’età e del rischio cardiovascolare individuale. La nuova ricerca offre un motivo in più per studiarne i possibili effetti sul cervello, ma non cambia da sola le indicazioni terapeutiche.

E per proteggere la memoria, che cosa possiamo fare concretamente?

L’attività fisica regolare, anche attraverso camminate quotidiane, aiuta a controllare glicemia, pressione e peso. Un’alimentazione ricca di verdura, frutta, legumi, cereali integrali e grassi insaturi contribuisce alla salute metabolica e cardiovascolare.

È importante anche non fumare, dormire adeguatamente e seguire le terapie prescritte per diabete e ipertensione. In presenza di problemi di udito o vista, correggerli quando possibile può contribuire a mantenere una buona qualità di vita e a ridurre alcuni fattori di rischio associati alla demenza.

Non esiste un singolo comportamento o farmaco capace di garantire che non svilupperemo una malattia neurodegenerativa. La prevenzione si costruisce intervenendo su più fattori nel corso degli anni.

Il messaggio dello studio è proprio questo: la salute del cervello non comincia quando compaiono i primi problemi di memoria.

Potrebbe dipendere anche da come abbiamo protetto il cuore, le arterie e il metabolismo molti anni prima.

Le statine non sono oggi una cura contro la demenza, ma questa ricerca suggerisce che il momento in cui affrontiamo i fattori di rischio cardiovascolare potrebbe avere un’importanza anche per il nostro futuro cognitivo.

Fonti:

Association between timing of statin treatment after diabetes diagnosis and risk of dementia: a nationwide observational study, The Lancet Regional Health – Europe, 2026, volume 69, articolo 101814. DOI: 10.1016/j.lanepe.2026.101814.

Association of lipid-lowering therapy with dementia and cognitive outcomes: a systematic review and meta-analysis, Age and Ageing, 2025, volume 54, articolo afaf219.

Livingston G. e colleghi, Dementia prevention, intervention, and care: 2024 report of the Lancet standing Commission, The Lancet, 2024.

Tratto da: Mondo Sanità, Giulia Gioda, 18 ottobre 2026