5permille

Diabete e telemedicina: l'emergenza ha accelerato un processo già in atto. Intervista al Presidente AMD

Quanto sta diventando importante la telemedicina per i team di diabetologia e per i loro assistiti, e quanto lo sarà in futuro? Lo abbiamo chiesto al Dottor Paolo Di Bartolo, Direttore della Rete Clinica di Diabetologia dell’AUSL della Romagna e Presidente dell’AMD, l’Associazione italiana Medici Diabetologi.

Nella sua attività clinico-assistenziale, Di Bartolo ha sempre posto particolare attenzione alle tecnologie per il trattamento e la diagnostica del diabete tipo 1 (microinfusori, sistemi per il monitoraggio continuo della glicemia, cartelle cliniche informatizzate, telemedicina, ecc.) e ha promosso la nascita del gruppo di studio intersocietario AMD-SID-SIEDP dedicato a Tecnologia e diabete, che ha coordinato fino al 2009.

Qual è la posizione dell’AMD sulla telemedicina?

Da diversi anni l’AMD ha proposto la telemedicina come una delle soluzioni per il futuro, prima ancora dell’arrivo dell’emergenza Covid. Infatti, con la presidenza di Domenico Mannino e assieme all’Istituto Superiore di Sanità (ISS), avevamo progettato un grande studio randomizzato-controllato su un numero di pazienti molto elevato, per capire se con la telemedicina fosse possibile governare il rischio cardiovascolare nelle persone con diabete di tipo 2, e volevamo anche capire se questa modalità di assistenza potesse essere utile ai bisogni assistenziali delle donne con diabete gestazionale.

Lo studio aveva l’ambizione di diventare uno dei trial più importanti in ambito diabetologico su questo tema, ma la sperimentazione non è decollata a causa dell’emergenza. Ora stiamo ripartendo con uno studio che sarà un progetto unicamente di AMD e servirà a capire quale sarà il ruolo della telemedicina nella pratica clinica quotidiana nel contesto assistenziale nell’era postCovid.

Durante l’emergenza, assieme alla Società italiana di diabetologia (SID), alla Società italiana di endocrinologia (SIE) e con la supervisione dell’ISS, abbiamo fatto alcune proposte e messo a punto un PDTA per l’assistenza da remoto alle persone con diabete.

Dopo aver analizzato le diverse iniziative di assistenza da remoto lanciate nel nostro Paese durante le prime fasi dell’emergenza Covid, abbiamo selezionato le best practice e proposto un PDTA di semplice implementazione per l’assistenza diabetologica da remoto. Quasi tutte le diabetologie in Italia sono partite con la telemedicina e molte Regioni hanno riconosciuto le prestazioni da remoto nel loro tariffario. In questo modo, abbiamo recuperato circa il 44% di tutte le prestazioni in presenza che non avevamo effettuato durante i primi mesi dell’emergenza Covid.

Abbiamo quindi prontamente risposto ai bisogni dei pazienti e già il 20 marzo 2020 eravamo pronti a far partire questo tipo di approccio. Stiamo stati vicini ai nostri pazienti che erano spaventati sia per il rischio di contagio, sia per il fatto di non poter più essere supportati dai team di diabetologia.

Attraverso la telemedicina siamo riusciti a non interrompere l’attività assistenziale, a evitare i “deragliamenti” nel controllo glicemico e ad aggiornare e intensificare la terapia, per esempio proponendo anche le terapie più innovative e assistendo anche le persone che erano state infettate dal nuovo coronavirus.

Opportuno è ricordare come i nostri pazienti, attraverso l’autocontrollo tradizionale o con i più moderni sistemi di monitoraggio continuo della glicemia (per i pazienti con diabete di tipo 1) collezionino un numero enorme di dati e come sia importante avere la possibilità di condividere tali informazioni. Questo è già possibile perché ogni azienda che è impegnata nella produzione e commercializzazione di sistemi di monitoraggio ha già una propria piattaforma. Per il futuro, occorre la garanzia che tali piattaforme siano open, ovvero interoperabili. La soluzione ideale sarebbe disporre di una piattaforma di telemedicina diabetologica che possa essere coerente e compatibile con la cartella clinica diabetologica.

Cosa dovete ancora capire prima di poter essere veramente pronti a partire con una nuova telemedicina?

È necessario stabilire quali pazienti siano i più indicati per questo tipo di approccio, quale sarà il percorso del paziente, quale tipo di preparazione dovrà avere il diabetologo digitale, come l’assistito valuti la qualità della propria vita, la soddisfazione relativa al trattamento e quali siano le risorse necessarie per implementare una diabetologia digitale che garantisca un’assistenza diabetologica da remoto di qualità. Un altro tema importante sarà capire come deve cambiare il nostro linguaggio con il paziente, perché sicuramente non può essere uguale a quello da noi adottato durante una visita in presenza.

Quali sono i pazienti più adatti a un approccio di telemedicina?

È banale immaginare che la persona con diabete di tipo 1, essendo mediamente più giovane e più digitalizzata, sia quella che potrà beneficiare maggiormente di questo approccio. La sfida è capire se possano essere gestite con la telemedicina anche le donne con diabete gestazionale - crediamo proprio di sì e abbiamo già predisposto e implementato PDTA dedicati a queste donne -, e le persone con diabete di tipo 2, che sappiamo essere caratterizzate da un elevato rischio cardiovascolare. Lo scopriremo, spero, nel breve.

Lei ha un’esperienza diretta o indiretta del sistema di telemedicina di METEDA sponsorizzato da Novo Nordisk?

Non ho avuto ancora l’opportunità di usarlo, ma l’ho studiato ampiamente e anche a Ravenna spero inizieremo a utilizzarlo nei prossimi giorni. Si tratta di un sistema particolarmente intrigante, perché è totalmente integrato nella nostra cartella clinica. Tutte le informazioni raccolte attraverso questo sistema di telemedicina potranno essere registrate in cartella clinica. Il paziente potrà fotografare e caricare i dati nel sistema e il medico li potrà leggere. Le informazioni verranno raccolte in modo sistematico, tutti i processi verranno registrati.

Che spazio vede per la telemedicina, finita l’emergenza Covid?

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) dà grande rilevanza al territorio, allo scambio di informazioni, e quindi a una profonda digitalizzazione e alla telemedicina. Sulla telemedicina sono stati investiti e verranno investiti fondi in maniera molto rilevante. È evidente che questo percorso non potrà tornare indietro, non si potrà fermare e credo, onestamente, che le dimensioni sulle quali andremo a operare saranno differenti, per cui, attraverso questo supporto, avremo la possibilità di andare a dialogare con il paziente e di entrare in contatto con i medici di medicina generale, perché rappresenterà una modalità di condivisione di informazioni, ma anche di supporto e counselling.

Con la telemedicina abbiamo cominciato a fare consulenza tra i reparti di degenza dove i pazienti con diabete sono stati ricoverati, con o senza infezione da coronavirus. Abbiamo utilizzato la telemedicina a favore dei colleghi che dovevano prendere decisioni in ambito diabetologico, ma anche per interventi di educazione terapeutica sul paziente che era allettato. Non potevamo essere vicino a lui, ma con l’ausilio di tablet abbiamo educato il paziente sulle tecniche di iniezione e sulla gestione di terapie complesse, come la terapia insulinica ecc.

In futuro, la telemedicina sarà presente stabilmente nei percorsi di cura e, come dicevamo prima, sarà una telemedicina che integra, ma non sostituisce, i percorsi di assistenza in presenza. Sarà sicuramente un approccio che permetterà una maggiore integrazione fra ospedale e territorio.

Avete condotto una indagine sulla telemedicina nella vostra ASL. Ce ne parla?

Nel 2020, nell’ambito provinciale di Ravenna, tramite la telemedicina abbiamo mantenuto in contatto con la diabetologia 5700 pazienti e abbiamo condotto una survey con la quale abbiamo inviato dei questionari a un campione di circa 1200 persone, attraverso la Regione, per capire che cosa avessero portato a casa da questa esperienza e se l’avessero gradita.

Circa il 38% delle persone assistite l’ha giudicata una esperienza non positiva e ha dichiarato di preferire la visita in presenza, contro il 62%che invece si è dichiarato favorevole. Credo sia chiaro come non si possa considerare l’assistenza da remoto una soluzione per tutti. Questa survey riprende un lavoro pubblicato poco tempo fa su Diabetes Care, rivista prestigiosa in diabetologia, che ha valutato cosa fosse successo a pazienti pediatrici assistiti da remoto negli Stati Uniti.

Lo studio ha dimostrato che quest’approccio ha funzionato solo nelle popolazioni evolute, digitalizzate e con un livello culturale adeguato, mentre nel caso di comunità disagiate, per esempio le comunità ispaniche, tutto diventava estremamente problematico. L’osservazione degli autori è, quindi, di stare attenti, perché si rischia di creare disparità, se immaginiamo che questo sia l’unico strumento.

Come possiamo sintetizzare i prossimi passi dell’AMD nell’ambito della telemedicina?

Porteremo avanti lo studio sull’efficacia e sull’applicabilità della telemedicina. Favoriremo l’utilizzo di strumenti validi per una telemedicina efficace, cercheremo di formare gli operatori all’uso di un linguaggio efficace e proporremo modelli di educazione terapeutica da remoto, “digitali”. Inoltre, con SID e SIE porteremo avanti una campagna di forte sensibilizzazione nei confronti di tutti gli interlocutori per far sì che le piattaforme che si renderanno disponibili per la telemedicina siano effettivamente interoperabili e non siano semplici silos inaccessibili.

Tratto da: Pharmastar, 10 luglio 2021