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I primari che fecero grande il Civile: la storia dell’ospedale in un libro

Mario Zorzi rende omaggio a oltre ottanta colleghi, fra il San Domenico e Mompiano

Alberti, Piemonte, Rigamonti, Fugazzola, Balestrieri, Brunelli, Muiesan, Dossena... A caso, alcuni dei tanti medici che hanno curato con amore i bresciani. Camici bianchi determinanti per la nostra salute, che ieri ed oggi hanno servito generosamente Brescia, o nel vecchio ospedale di San Domenico - in piazzetta a metà di via Moretto - o nel complesso a forma di stella voluto dall’ing. Bordoni, verso Mompiano. A ricordare questi seguaci di Ippocrate è un medico come loro - un anatomo patologo - il prof. Mario Zorzi, classe 1920. Benché abbia da tempo tagliato il traguardo dei 90 anni, ancora non riesce a star fermo: storie di medici e di salute, storie che ricordano momenti felici della medicina, in casa nostra, sono la sua ultima fatica. Un libro che mons. Fappani ha insistito perché venisse pubblicato da Fondazione Civiltà Bresciana, ritenendolo una importante testimonianza di come si sia arrivati ai traguardi odierni partendo da un recente passato.

Le memorie di Zorzi

Sul tavolo del perito settore - tale è stato Zorzi - ci sono finiti i colleghi. Di loro ha sviscerato tutto; non per untuosa celebrazione, ma per dimostrare quanto sia stato importante il loro apporto per far crescere la casa bresciana della salute e come dalle loro intuizioni siano nati reparti specializzati che non esistevano prima. Medici che hanno gettato le basi per curare un malato. Un esempio. Quando il pronto soccorso era in due stanze a piano terra, a turno erano presenti medici dei vari reparti. Con loro qualche infermiere e le Ancelle della Carità. Una volta medicato, il paziente era smistato in medicina o chirurgia. Eppure da quel primo centro si è arrivati alla realtà odierna. Ci sono voluti i Rigamonti prima, gli Arosio poi per ottenere il pronto soccorso d’oggi. E anche con Paolo Marzollo primario, il centro - di per sé fiore all’occhiello di Brescia - è in continua evoluzione, le memorie di Zorzi hanno questo pregio: mostrano al profano i passi fatti nel tempo dal corpo sanitario. A rileggere i nomi degli 83 medici ricordati, certamente ci sarà chi non concorda sull’eccellenza di qualcuno. Uno può apparire un luminare o un apprendista stregone. È così, da sempre. E chiunque sbarchi sul pianeta sanità può sentirsi beneficato o bistrattato.

 I personaggi citati da Zorzi - che con la scusa dell’età chiede venia di possibili dimenticanze - sono tutti medici che hanno seguito la rotta del pellicano, simbolo di carità; quell’uccello acquatico che è nello stemma degli Spedali. Dottori fedeli al motto condensato in tre lettere: «MIA». Misericordia Inopiae Auxilium, ovvero la misericordia sia d’aiuto alla miseria.

Gentiluomini e grandi professionisti

Ecco alcuni nomi. Olindo Alberti la cui morte venne dall’assolta dedizione professionale e dalla mancata protezione durante l’uso di materiale radiferi. Divenuto primario radiologico, fondò l’istituto di radiologia e radioterapia fisica. Con lui Mauro Piemonte che «ha dato all’istituto uno sviluppo sul piano tecnologico, culturale e scientifico da renderlo un modello di organizzazione didattica e terapeutica, riconosciuto in campo internazionale». Rosario Maiorca che ha organizzato la divisione di nefrologia introducendo l’applicazione di dialisi extracorporea (in ospedale e a casa) integrandola con la dialisi peritoneale e offrendo preparazione e assistenza pre o post operatoria a pazienti trapiantati di rene. Sfogliando si incontra Antonelli, l’otorinolaringoiatra. Anche se in pensione continua ad essere consulente nella clinica universitaria e in ospedale. Di lui dice Zorzi, fra l’altro: «Ha portato a un netto miglioramento della sopravvivenza i pazienti oncologici curati all’ospedale». E poi «Ha curato la preparazione professionale e la responsabilità esecutiva di alcuni allievi». Ecco un gentiluomo che ha agito in silenzio: Luigi Spandrio (è stato primario del 2° laboratorio Analisi, 250 pubblicazioni scientifiche all’attivo) accanto all’eccellenza qualitativa ha privilegiato il settore organizzativo e del risparmio economico nella gestione dei laboratori. Raverdino: il medico che ha organizzato una scuola oftalmica per affetti da ametropia. Guido Caccia (12 mila interventi nell’ambito della chirurgia pediatrica e generale) del suo reparto ha fatto un centro di riferimento nazionale. È poi il medico che ha voluto all’interno degli Spedali Civili un ospedale dei bambini autonomo dal punto di vista funzionale, operativo e amministrativo. E ancora: Fugazzola: ricordato fra gli ospedalieri che hanno creato scuole di dignità pari agli istituti universitari. E Gaetano Dossena che ha dato particolare dignità alla branca ginecologica. E per chiudere l’unica dottoressa citata: Mirella Marini che dal ‘99 svolge splendidamente funzioni di primario del servizio immunoematologico e di medicina trasfusionale.

Tratto da: Corriere della Sera Brescia, Costanzo Gatta, 17 gennaio 2016